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Categoria: Cinema

UNA STORIA SEMPLICE vince il premio del pubblico dello Sport Film Festival

Il documentario su Anna Rita Sidoti prodotto da .puntozero e Raining film si è aggiudicato il premio del pubblico dello Sport Film Festival, festival internazionale di cinema sportivo

Bellissima vittoria per UNA STORIA SEMPLICE, documentario su Anna Rita Sidoti prodotto da .puntozero e Raining Film. Dopo l’Overtime Festival, un altro premio prestigioso: lo Sport Film Festival, rassegna internazionale di cinema sportivo, alla sua 38esima edizione

Il documentario si è aggiudicato il premio del pubblico.

Come fare un’intervista per un documentario

Il cuore di un documentario dal punto di vista autoriale è l’intervista. Sic et simpliciter come dicevano i latini; facile a dirsi, diciamo noi. Realizzare UNA STORIA SEMPLICE è stato per me un momento di enorme crescita professionale. Mettere insieme un lavoro di 52 minuti, con oltre 20 interviste, mi ha fatto entrare subito in un mondo che conoscevo solo sulla carta: creare coerenza narrativa tra una domanda e l’altra, tra un intervistato e un altro. Raccordare i vari elementi della storia, attraverso voci diverse, è stata, forse, la sfida più grande.

A mio avviso non esiste l’intervista perfetta, semplicemente perché ogni intervista vive di vita propria. E va collocata nel contesto adeguato, all’interno della cornice del progetto che si sta portando avanti, tenendo sempre presente anche gli aspetti tecnici, a volte trascurati da chi “fa le domande”.

Con questo post mi piacerebbe dirvi come ho fatto io, per punti. Per condividere e, perché no, per accogliere suggerimenti, se ce ne sono. Perché in questo lavoro non ci si deve mai fermare, bisogna studiare sempre. Perché è necessario uscire dalla zona comoda delle proprie certezze e sperimentare, quanto più possibile.

Quindi, fin da ora, grazie per chi vorrà mettersi lì a scrivere e suggerire. Ecco la mia personalissima lista.

1

Le interviste vanno preparate. Archivio, ritagli, video, social: leggere tutto, ascoltare ogni cosa. E aggiungere, se necessario, tutto ciò che può servire per arrivare pronti quando si schiaccia REC. Quello che non ti dicono i ritagli, ovviamente, è il carattere delle persone. Quello va gestito con empatia, cercando di accelerare o rallentare il ritmo a seconda del momento. Con UNA STORIA SEMPLICE, ad esempio, ho deciso di non chiedere nulla sulla malattia di Anna Rita. Non in modo esplicito. Se l’intervistato voleva parlarne, bene. Ma appena vedevo commozione, ho spento tutto. Non è con il pietismo che si emoziona. Le lacrime non sono necessarie e sono un fatto privato.

2

Trovare un tema per ogni intervista. Con gli atleti ho parlato delle gare, con gli esperti ho parlato della disciplina, con gli amici del carattere di Anna Rita Sidoti. E ancora: con la famiglia ho cercato di esplorare i mondi privati. Ho sempre cercato di non mischiare le cose, anche se – a volte – veniva naturale farlo. Mi sono preparato una scaletta di domande (una decina) sul tema scelto, tenendone sempre 2-3 “di riserva”. Poi, però, c’era la conversazione che anticipava o bruciava una domanda in scaletta: poco male. In quel caso, è si entra in una specie di tango e il compito dell’autore è non pestare i piedi al tuo compagno, lasciandolo in qualche modo “guidare”.

3

Pensare al montaggio. Diverse volte, mentre facevo le interviste, mi sono trovato a pensare: «questa cosa potrà essere utile al regista?». È fondamentale provare a immaginare come potrà essere quell’intervista in video. Che tagli si possono fare, cosa tenere, cosa buttare via. Molto spesso hai una sola possibilità, una sola finestra: pensare a chi deve montare, mentre fai un’intervista non è facile, ma può fare la differenza.

4

Follow-up. Fare sempre la domanda in più. Se l’intervistato ti apre la porta ad un argomento che, magari, non si è preso in considerazione in fase di preparazione, non avere paura di approfondire. Se è lì, davanti a te, con le telecamere puntate, le luci e i microfoni è già predisposto a rispondere. A te non costa niente e da una risposta imprevista, può venire fuori la frase che collega tutto.

5

Sbobinare tutto, prima possibile. Appena a casa, isolare l’audio e trascrivere l’intervista. Se si ha un lavoro lungo da fare, con molte voci, sarà fondamentale avere tutto su carta. Agevola chi deve montare, ovviamente. Ma agevola anche l’autore perché tra un’intervista e un’altra ha tutto salvato su file e può andarsi a rileggere tutto, per trovare anche nuovi spunti.

[***BONUS***: il regista vi sarà grato per sempre per questa cosa]

Cinema e social media: tre esempi da Venezia

Quali sono le leve più forti per far conoscere i film al pubblico interessato? Nel cinema valgono gli stessi criteri normalmente utilizzati nella comunicazione tradizionale? Quanto contano i social media in questo processo e qual è il loro ruolo per portare le persone in sala?

Abbiamo selezionato tre casi di comunicazione di film usciti alla Biennale di Venezia di quest’anno e analizzato i loro profili social. Facendo una particolare attenzione alle pagine Facebook, al positioning e all’Audience Design.


Madre: tradizione e innovazione per una comunicazione quasi perfetta

Madre è l’ultimo film di Darren Aronofsky, un thriller psicologico con Michelle Pfeiffer, Jennifer Lawrence e Javier Bardem.

Nonostante le critiche cinematografiche negative (è stato fischiato a Venezia, anche se non tutti la pensano così ), il film ha una comunicazione tradizionale e robusta. Pronta per la distribuzione tradizionale nelle sale.
Global page (quella in italiano è @MadrefilmIT) e contenuti dedicati per i social. Tutti i video sono caricati esclusivamente in formato quadrato (500px x 500px) con sottotitoli e non durano più di 20 secondi ciascuno. Tranne il trailer che dura 2 minuti. Anche l’intervista con la protagonista Jennifer Lawrence è “spezzata” in diversi contributi, più fruibili e adatti a Facebook.

Da sottolineare anche l’attenzione maniacale al community management. I social media manager rispondono a tutti, quasi, i commenti, stimolano il pubblico, aggiungono particolari sul film e il cast. Insomma, ogni occasione è buona per fare “crisis management” di un film che dalla critica è stato quasi univocamente tacciato come l’ennesimo thriller blockbuster.

Delude Instagram, invece, con dei contenuti obiettivamente difficili da digerire e poco ingaggianti.   

 

Human Flow: la comunicazione giornalistica e l’engagement

L’artista cinese Ai Weiwei racconta il suo viaggio in 23 paesi del mondo insieme a migranti e profughi. Dall’Afghanistan alla Libia, passando per le coste siciliane. Il documentario è prodotto da Amazon Studios e Participant Media.
La comunicazione di questo documentario ha un taglio giornalistico. Funziona bene, perché porta il pubblico a mettersi in “
the eyes of refugees”, a partecipare al cambiamento di cui il film vuole farsi voce. Il racconto è ricco di contributi di diverso tipo e non autoreferenziali, con reportage dal New York Times
, infografiche sul flusso dei migranti. E contenuti come questo:

Questo metodo funziona: basta notare che la pagina, creata da pochissimo, ha pochi like (sopra i 2000) ma un engagement molto alto.

L’ordine delle cose: comunicazione “militante” e Audience design

Un film che ha fatto molto clamore a Venezia, e non solo. Il lungometraggio di Andrea Segre sul rapporto tra l’Italia e la Libia nella gestione dei flussi dei migranti riesce a comunicare in modo efficace e pungente, toccando le leve che animano il suo pubblico.

Dei tre esempi di film raccolti, questo è forse quello che esprime meglio il concetto di Audience Design. Tutti i contenuti proposti sono diretti a un pubblico specifico: sono “militanti”, nel senso che prendono parte con messaggi chiari e univoci rivolgendosi a una audience definita. Ne è un esempio il video nativo su Facebook in cui il regista stesso, guardando in camera, invita il ministro Minniti a vedere il suo film. 

Il pubblico del film è stato definito con chiarezza e i canali con cui si comunica sono indirizzati direttamente a coloro che ne fanno parte. Un’ottima strategia, considerando che il film è autodistribuito nelle sale e quindi richiede una risposta attiva da parte del pubblico che per averlo nel proprio cinema deve contribuire direttamente.

 

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Comunicare un documentario

La strategia digital di .puntozero dietro a Una storia semplice, film su Anna Rita Sidoti, vincitore dell’Overtime Festival di Macerata. Il Keynote della lezione all’Università Cattolica di Milano

Se c’è una cosa che ho imparato da Una storia semplice, documentario realizzato con il regista Giuseppe Garau su Anna Rita Sidoti prodotto da .puntozero e Raining Film, è che non bisogna mai sottovalutare la potenza di una storia. Soprattutto se è dirompente, archetipica, simbolica.

Quando abbiamo lanciato la pagina Facebook speravamo di raggiungere certi risultati. Ma non potevamo immaginarlo. Sorpresi dalla reazione del pubblico, abbiamo messo in atto una strategia digital che voleva informare sul film e coinvolgere. Raccontare e alimentare la discussione. Parlare e, soprattutto, accogliere chi voleva condividere con noi un ricordo, un pensiero, un’immagine.

Tutto il lavoro di quasi un anno è diventato un caso studio che ho avuto il piacere di portare all’Università Cattolica di Milano al Master in Media Relation. Il mio intervento su Una storia semplice si trovava all’interno di una presentazione più ampia, questa:

Una bellissima opportunità, 27 ragazze e ragazzi interessati, brillanti, attenti a cui mi sembrava giusto dare qualche spunto e qualche strumento. Tutto questo, naturalmente, senza avere la pretesa di essere assoluto. Senza pensare che ciò che abbiamo fatto per Una storia semplice possa essere replicato con lo stesso successo con altri documentari.

L’obiettivo era semplice: far vedere che era possibile marciare con un film e portarlo al pubblico, senza troppo budget a disposizione, ma con una pianificazione multicanale e una strategia ad ampio raggio.

Siamo partiti dal trailer del film. Abbiamo analizzato la rassegna stampa e fatto vedere qualche GIF, così giusto per non annoiarsi. Poi, pian piano, siamo entrati nel cuore della strategia, divisa in 5 parti Abbiamo poi sottolineato l’importanza del lavoro di Community Management, fondamentale per far incontrare il film al proprio pubblico.

Arrivando poi alle conclusioni.

Nel corso di prossimi mesi, avremo modo di aggiornare queste slide e invito chiunque sia interessato al Keynote completo a contattarmi a goffredo@puntozerohub.com.

Una storia semplice vince l’Overtime Festival

L’aula magna dell’Università di Macerata piena. Ragazzi, tanti, appassionati di sport. E poi la famiglia di Anna Rita: il marito Pietro Strino, i tre figli, l’allenatore storico Salvatore Coletta. C’erano davvero tutti all’anteprima nazionale di Una storia semplice all’Overtime Festival di Macerata.

Il film, prodotto Raining Film e da .puntozero che ne sta curando anche la comunicazione, la campagna digital e l’ufficio stampa, ha vinto il premio come miglior documentario su più di 300 pellicole presentate.

14520447_1103525569725125_1741448267303498395_n«Siamo molto contenti di questo riconoscimento e vogliamo ringraziare la giuria», hanno dichiarato Goffredo e Giuseppe. «Il nostro desiderio è portare al cinema questo lavoro e far continuare la marcia di Anna Rita in tutta Italia».

«Il vostro è un lavoro bellissimo. Un montaggio sapiente, interviste incalzanti. Una storia di cui andare orgogliosi», ha commentato Franco Bragagna giornalista di Rai Sport.

Per tutti gli aggiornamenti, potete seguire la pagina Facebook ufficiale, oppure visitare il sito del documentario.

Una storia semplice

Il documentario sull’atleta italiana verrà presentato in anteprima ad Ottobre all’Overtime Festival, il festival del racconto e dell’etica sportiva che si svolge dal 5 al 9 ottobre a Macerata.

Caldo, asfalto, una statale che corre lungo la costa della Sicilia. Siamo in provincia di Messina. E su quella statale c’è una piccola donna che cammina. Il suo nome è Annarita Sidoti. Chidda chi cammina, quella che cammina. Una leggenda dell’atletica, una delle donne che ha vinto di più – un oro Mondiale, due ori e un argento agli Europei, un oro e un bronzo negli Europei indoor – trasformando il volto della marcia italiana nel mondo.

Campionessa, atleta, marciatrice, donna a tutto tondo. Il documentario Una storia semplice di Goffredo d’Onofrio e Giuseppe Garau ripercorre la storia dello scricciolo d’oro della marcia italiana, come l’ha definita Candido Cannavò, storico direttore della Gazzetta dello Sport.

«Abbiamo voluto fare un vero e proprio viaggio nella vita di Annarita. Piccola, piccolissima di statura, ma con una determinazione senza pari in pista e fuori. Una donna che ha saputo lottare anche contro la malattia che l’ha portata via l’anno scorso. Una figura femminile che ha rappresentato per tutte le persone che ha incontrato nella sua vita un esempio di determinazione e coraggio», dice Goffredo d’Onofrio, giornalista e autore del documentario.

«Una storia semplice contiene nel suo titolo anche una dichiarazione di intenti formali. La semplicità è infatti la chiave con la quale il documentario è stato girato e montato. Il film consiste in una fitta serie di interviste che si alternano ad immagini provenienti dall’archivio personale di Annarita Sidoti. Una regia minimale, pulita e semplice, come era Annarita», commenta il regista Giuseppe Garau.

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Un racconto corale costruito attraverso un massiccio impiego di materiale inedito che si intreccia con le testimonianze di amici, parenti, allenatori, avversari, compagne di allenamento. Un percorso che porta lo spettatore ad entrare dentro gli aspetti più sconosciuti della vita di questa piccola grande donna e le sfumature della carriera sportiva che l’ha portata sulla vetta del mondo.

Il documentario prodotto da .puntozero e Raining Film verrà presentato a Macerata in una serata-evento all’Overtime Festival, il festival del racconto e dell’etica sportiva ad Ottobre 2016.