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Categoria: Comunicazione

C’è una newsletter per te

La mail e la comunità, i contenuti e quelle tematiche. E ancora: metriche, commenti, sondaggi. Tutto quello che ci deve essere in uno degli strumenti più usati per emergere dal mare di notifiche. L’articolo per Wired.it

La newsletter è viva. La newsletter è morta. La newsletter non serve a niente. Viva la newsletter. A giorni e mesi alterni sentiamo più o meno le stesse cose: vale per le app, per i bot, vale per il podcast, vale per le mail. Che però, sempre di più, vengono utilizzate da testate, aziende, brand, singoli professionisti come elemento fondamentale della propria strategia editoriale. Ne parlavamo qui su Wired già nel 2015. [Continua a leggere su Wired.it]

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Strategia di comunicazione: ecco di che cosa devi tenere conto

Come si crea una strategia di comunicazione in grado di raggiungere gli obiettivi prefissati e rimanere coerente nel tempo? Cinque passi da fare con il cliente, prima di ogni altra cosa

Quando si parla di “strategia” è importante tenere a mente il pubblico, gli obiettivi, i numeri. Avere il coraggio di cambiare in corsa, se le cose non vanno, ma – soprattutto – immaginare chi riceverà il nostro messaggio. Abbiamo riassunto in 5 punti i passi di cui devi tenere conto quando ti approcci a questo argomento.

Capire il contesto

Uno degli elementi più importanti per costruire una buona strategia di comunicazione è studiare e prendere le misure del contesto in cui si colloca l’azienda o l’organizzazione.

Studiare il contesto significa misurare una serie di indicatori che partono dalla classica analisi dei competitors, come da manuale, ma poi andare un po’ oltre con gli orizzonti. Per osservare e capire il contesto in cui un’azienda si colloca è necessario infatti avere un’idea precisa di quale sia il suo “posto nel mondo”, quali siano i suoi obiettivi, dove si colloca il suo fine ultimo (Portare la tecnologia dove non c’è? Contribuire a fare progredire un certo campo di studio? Introdurre sul mercato un prodotto che prima non esisteva?).

Capire il pubblico

Per capire a chi si rivolge un’azienda è necessario andare oltre la semplice mappatura dei clienti. Una buona strategia di comunicazione non deve rivolgersi solo ai clienti principali.

Occorre dividere i pubblici, le persone che ci ascoltano, ci seguono. Non tutti sono dei potenziali clienti ma, con una buona comunicazione, potenzialmente tutti coloro che appartengono a una certa cerchia possono entrare a far parte di un panorama di condivisione del messaggio che si vuole inviare.

Capire gli interessi condivisi dei nostri pubblici, le parole chiave che appartengono al loro vissuto quotidiano, gli orizzonti di senso che hanno in comune, i personaggi pubblici che amano, le trasmissioni tv che odiano, la squadra per cui tifano, la musica preferita, il cibo, ecc. Tutti questi elementi ci aiuteranno a capire chi sono le persone che ci potranno “seguire” nella nostra comunicazione, per chi sarà utile quello che diciamo/scriviamo/fotografiamo, chi sarà disposto, quindi, ad acquistare il nostro prodotto. Nel Marketing, questa suddivisione del pubblico e la capacità di avvicinare al canale di vendita viene indicato come “funnel”.

Individuare le narrazioni presenti in azienda

Ascoltare i propri interlocutori aziendali in fase di costruzione dello storytelling è fondamentale. All’interno di qualsiasi tipo di organizzazione esistono più livelli di narrazione spontanea profonda, che hanno a che fare con il passato dell’azienda, con la storia dei suoi dipendenti, con il modo di lavorare.

Il modo migliore per individuare queste storie nella storia è l’ascolto. Può essere utile fare dei focus group, delle interviste chiave, analizzare il materiale d’archivio o visivo che viene prodotto – anche inconsapevolmente – dall’azienda.

Porsi degli obiettivi: mappare e progettare

Una buona narrazione strategica deve essere strettamente connessa agli obiettivi di comunicazione individuati.

Gli obiettivi servono a tracciare una rotta, a mappare i contenuti e organizzarli strategicamente, a progettare il senso della narrazione nel tempo, di modo che sia sempre coerente e mirato.

Misurazione e test

Un fattore che non va mai dimenticato è quello della fase di valutazione e di test. Una volta che si è definito il piano di comunicazione, il piano editoriale e si sono avviate le campagne adv è necessario capire cosa sta funzionando cosa no.

Le verifiche si possono fare in diversi modi: avviando dei test A/B, per capire – a parità di contenuto dei messaggi – cosa funziona di più su un pubblico piuttosto che un altro; oppure in modo più veloce, analizzando le proprie campagne, mettendole in comparazione con i KPI medi e valutando le loro performance.

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I 6 progetti editoriali che amiamo e che secondo noi hanno un bel futuro

Verticali, per addetti ai lavori, newsletter o documentari girati in 4 anni. Abbiamo selezionato sei progetti editoriali che ci piacciono e che possono servire (a tutti) come ispirazione 

Per noi sono i magnifici 6. Sei progetti che ci stanno piacendo, che guardiamo con ammirazione e che studiamo ogni giorno. Perché se c’è una cosa che stiamo imparando è che bisogna sempre vedere con interesse quelle realtà che possono ispirarci. Per noi essere Freelance vuol dire fare tesoro della rete e delle opportunità che offre. Grazie ai social ce ne sono di più, molte di più. Chiedersi: come posso mettere a frutto questa intuizione? Come posso adattarla, farla evolvere, farne tesoro? Per questo il nostro feed è pieno di cose che riteniamo “fighe”. Che suscitano in noi l’effetto WOW e allo stesso tempo, ci danno una pennellata in più. Ne abbiamo scelti 7, alcuni noti, altri un po’ meno.

Chiedersi: come posso mettere a frutto questa intuizione? Come posso adattarla, farla evolvere, farne tesoro?

Freeda

Che cos’è?
È un verticale femminile, solo su Facebook e Instagram, al femminile. Fondata un anno e mezzo fa circa da Andrea Scotti Calderini (ex Fremantle Media e Mediaset), dalla direttora editoriale Daria Bernardoni (ex BookRepublic, Yahoo e MSN) e da Gianluigi Casole. Ha un sacco di like, condivisioni commenti. Qualche tempo fa Wolf (di cui parliamo qui sotto) ha intervistato i fondatori. Ci ha colpito, soprattutto, uno dei passaggi di Calderini:

«Secondo noi in questo mondo di piattaforme peer to peer è importantissimo ascoltare moltissimo i feedback della nostra audience, non per far fare a loro la linea editoriale, ma per ascoltarli in modo intelligente, sintonizzarci e rispondere sempre di più alle loro esigenze».

Perché ci piace
Ci piace perché i suoi contenuti sono curati, interessanti, graficamente accattivanti. Sono dedicati a un pubblico specifico e riescono a lasciare una traccia.

Tracce di futuro
Audience design. Il contenuto portato al pubblico all’ennesima potenza. Questa cosa è interessante perché secondo noi sarà sempre di più un elemento fondamentale per attivare progetti efficaci. Conosci il tuo pubblico, e impara a dialogare con lui.

Wolf

Che cos’è?
È una newsletter a pagamento dedicata al mondo della comunicazione. Direttamente nella tua casella di posta, Wolf racconta con il metodo slow-news i cambiamenti, le tendenze, i concetti attorno al nostro lavoro. No, nessun tutorial. Nessun “come diventare ricchi in 30 click”, ma tanto approfondimento. E soprattutto: una comunità online che si scambia idee sul gruppo Facebook, capace di interagire senza spocchia, ego o ditini alzati. Una comunità che si aiuta e che risponde.

Perché ci piace
Chi ci segue lo sa: ci piace perché dà valore alle conversazioni che avvengono in modo virtuale. Le trasforma e le fa diventare contenuto. Perché informa e stimola.

Tracce di futuro
Anche qui: ascolto e contenuto on-demand fanno la differenza. Una newsletter verticale dedicata al suo pubblico e attento alle sue esigenze. Non ci perdiamo un numero e siamo contenti di pagare l’abbonamento. Insomma, è un modello di business da imitare.

Veleno

Che cos’è?
Veleno è una serie audio a puntate che ricostruisce storie di cronaca nera sparite dalle pagine dei giornali. Materiale d’archivio, ricerca, cura dei contenuti e della forma. Un ritmo incalzante e una struttura narrativa che ti fa entrare subito dentro. È un podcast di 7 puntate. Tutte le registrazioni audio del passato, i verbali e gli atti sono originali e tutte le voci che raccontano la storia oggi sono quelle vere dei suoi protagonisti. Ogni puntata aggiunge un nuovo capitolo, quindi è importante ascoltarle in ordine, a partire dalla prima. È audio, ma anche contenuto multimediale, grazie al lavoro del Visual Lab del gruppo Espresso. Prende spunto da Serial ed è un contenuto anticorpo, nonostante il nome.

Perché ci piace
No, non diremo che è l’anno del podcast. Non esiste l’anno del podcast. Esiste però l’anno in cui un grande gruppo ha deciso di investire su un prodotto del genere. Veleno è andato bene – almeno per il sentiment che si è visto in rete – ed è un buon modo per confezionare un contenuto, anche complesso. Del resto, non è il primo podcast che abbiamo visto in giro, quest’anno. Francesco Costa ha fatto evolvere la sua newsletter in questo tipo prodotto. E da un paio di settimane anche il Post ha lanciato il suo Postcast.

Tracce di futuro
Prodotto potenzialmente infinito, con costi relativamente bassi. Con la possibilità di integrarlo in (quasi) ogni tipo di progetto.

Riprendiamoli

Che cos’è

Riprendiamoli è un altro bel lavoro del Visual Lab. Come si evolve un lavoro come Guinendadi? Così. Tematica complessa e districata resa accessibile da ricerca, visualizzazione di dati, video. Tematica di cui si sente poco parlare ultimamente (vi ricordate quando in campagna elettorale si disquisiva di lotta alla Mafia? Oggi chi ne discute?).

Perché ci piace
Perché è il lavoro di un team variegato e perché sfrutta tutte le potenzialità a disposizione. Sarebbe stato da 10 e lode se dal punto di vista video vi fosse stato un approccio un po’ documentaristico. Ma sono vezzi nostri. Il lavoro è eccellente.

Tracce di futuro
Un po’ come per Veleno, Riprendiamoli mira a riportare alla luce argomenti lasciati un po’ nel dimenticatoio. E lo fa mettendo in campo quasi tutti gli strumenti possibili.

Humans of New York - LA SERIE

Che cos’è
Humans of New York LA SERIE è il frutto di 1200 interviste, 4 anni di lavoro. È un modo di raccontare che sembra anche una specie di esperimento sociologico. Quando si sente “sì, ma le pillole sul web hanno rotto”, giriamo al mittente questo link. Oppure quello di The internet warriors. Per noi sono nuovi modi di concepire il documentario. Ritratti, fatti con cura.

Perché ci piace
Curati in ogni dettaglio, montati e girati in modo eccellente. È come dovrebbe essere il racconto video per il web e non solo. Un lavoro che dura 4 anni, poi, merita la nostra ammirazione a prescindere.

Tracce di futuro
Creare serialità di qualità. Impresa difficile, ma non impossibile.

Now This

Che cos’è
Now This si definisce “A brand new video network built from scratch for people who get their news on mobile devices and through social streams”. Sono video sui social media, ma è anche un sito. Argomenti trattati: news, politica, futuro, lei, intrattenimento, soldi, nerd. Ammicca ai più giovani (qualcuno ha detto Snapchat?) ed ha contenuti pensati ed editati per i social media (video quadrati come se piovesse).

Perché ci piace
Perché impossibile non vederli. Ingaggio elevatissimo, comunità che commenta. Contro ogni cambiamento di algoritmo (per ora).

Tracce di futuro
Più che di futuro, qui si parla di presente. Oggi molti provano a imitarlo, pochi ci riescono.

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Come seguire le proprie aspirazioni (anche quando tutti ti dicono di no)

Essere Freelance significa anche avere lo spazio per assecondare i propri desideri professionali. Che cosa vuol dire seguire le proprie idee? Cosa fare quando hai studiato per un progetto, ma non riesce a partire?  

Quando si è Freelance non si ha orari (falso), non si hanno luoghi di lavoro (falso), si lavora poco (falso) o troppo (falso). A volte quello che si immagina sulla vita dei liberi professionisti è semplicemente un po’ sfocato. 

È vero: ci è capitato di non avere orari, di lavorare in posti assurdi e di fare molto tardi. Ma per la nostra esperienza è stata un’eccezione. Che capita e capiterà, ci mancherebbe.

Tuttavia è da considerarsi una rarità. La cosa importante da fare è provare a seguire le proprie aspirazioni, anche quando la routine ti schiaccia. Attenzione: questo post non è uno di quelli motivazionali. Non ci saranno frasi tipo: «Sii te stesso e scala la vetta». Perché per quanto grandi fan di Livio Sgarbi, queste frasi – da sole – non possono bastare. 

Fare, ogni anno, almeno una cosa bella fuori dal proprio budget

Seguire le proprie aspirazioni

Seguire le proprie aspirazioni, quindi. Ma che vuol dire? Quando abbiamo deciso di fondare .puntozero ci siamo chiesti: «Che cosa vogliamo ragionevolmente fare per noi, per la nostra crescita personale e professionale all’interno dell’attività lavorativa?». Ci siamo risposti con una formula semplice: fare, ogni anno, almeno una cosa bella (un documentario, un reportage, un format, una newsletter…) fuori dal budget, a fondo perduto. Che si porta a casa indipendentemente da tutto. E per fare questo, ci siamo imposti: .puntozero deve lavorare duro su altri fronti (comunicazione, ufficio stampa, strategia digital, ecc) per dare spazio a questa aspirazione. Mica facile. E chi dice che lo è? Ci sono alcune cose che ci hanno aiutato e che ci aiutano tutti i giorni. La lista, in ordine sparso si compone così:

La lista dei desideri

  • A inizio anno scrivere un po’ di idee
  • Prendere quelle idee e capire se sono out of the box della propria routine, dei propri clienti, dalla propria quotidianità
  • Chiedersi: con chi voglio fare questo progetto?
  • Iniziare a mettere giù una timeline approssimativa
  • Pensare grosso modo ai costi
  • Chiedersi: i costi si possono contenere?
  • C’è un modo o più modi per coinvolgere partner economici in questo progetto?
  • Quanto intacca le finanze di .puntozero?
  • È sostenibile?
  • Quali sono gli sbocchi distributivi possibili?

La lista ci aiuta a focalizzare i nostri obiettivi: che cosa vogliamo davvero fare quest’anno? 

Realismo e Twin Peaks

Questa lista ci aiuta a capire su cosa insistere, su cosa investire. E cosa lasciar perdere. Perché, diciamoci la verità: a tutti piacerebbe fare un documentario di 9 ore sulla condizione del picchio in una cittadina dello stato di Washington a cinque miglia a sud del confine con il Canada (ehm), però per arrivare a fare solo quello bisogna fare piccoli passi, ogni anno. Crescere professionalmente, studiare, completare progetti sempre più complessi.

Anche se tutti ti dicono no, no, no...

La storia di Anna Rita Sidoti ci ha dato tanto. Ci ha lasciato quella determinazione necessaria per continuare a perseverare anche quando le condizioni sembrano avverse. Perché può capitare che tu abbia progettato tutto, che sia pronto per partire e che arrivino dei sonori e dolorosi “no”. Il nostro consiglio è: insistere. Ma non in maniera cieca, senza intransigenza. Darsi un tempo oltre il quale non si va, né si torna indietro. Facciamo un esempio: si decide di fare un reportage. La figura chiave della nostra intervista è un personaggio pubblico. Non siamo un media mainstream, quindi è tutto un po’ più complicato. Che si fa? Si sfoglia la rubrica, si vede se si trova un telefono o una mail di quel personaggio o dell’ufficio stampa o del manager o, comunque, di una persona vicina. E si comincia a martellare. Per quanto tempo? Non è facile da dire, però quest’anno abbiamo dovuto cambiare “obiettivo” perché dopo 3 mesi di contatti, mail, idee, telefonate non siamo arrivati nemmeno vicini al nostro interlocutore. Pazienza. Resta un po’ di amaro in bocca, ma ci riproveremo più avanti.

Lucida follia

In questi giorni stiamo lavorando a un altro documentario e ci stiamo portando dietro tutte queste esperienze: stabilire il primo contatto, non abbattersi quando c’è il silenzio, insistere con educazione, pianificare i possibili costi, immaginare la distribuzione. Affronteremo molte altre difficoltà, ne siamo sicuri. Ogni progetto, del resto, ha le proprie. Però sappiamo una cosa: quando abbiamo messo giù quella formula immaginando il nostro futuro da liberi professionisti eravamo felici e sapevamo che sarebbe stata quella l’aspirazione da seguire.

Ogni progetto ha le sue difficoltà: ma con questo metodo siamo felici  

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Le competenze per diventare un bravo Communication Strategist

Communication Strategist: cosa vuol dire? Come diventare un bravo stratega? Strumenti, idee, suggerimenti per una delle posizioni lavorative più fraintese nella comunicazione

Quella del Communication Strategist (o Manager) è una professione che Zygmund Baumann avrebbe definito «liquida». Una professione che richiede grande versatilità, resilienza, formazione, creatività. E movimento, perché non è mai uguale a se stessa. Può cambiare a seconda del contesto, del tempo, dello spazio, delle condizioni sociali e storiche.  

Una professione che richiede grande versatilità, resilienza, formazione, creatività

Le competenze tecniche di un Communication Strategist

La competenza principale di un (bravo) Communication Strategist è quella di saper guardare la comunicazione a tutto tondo. Deve aver coltivato, in anni di “gavetta”, esperienza in più settori: graphic design, produzione video, advertising digital e tradizionale, ufficio stampa, content management, SEO e SEM (Search Engine Optimization e Marketing), social media, organizzazione di eventi e marketing, CRM (Customer Relationship Management). Anche se non si tratta di competenze approfondite, avere delle basi in questi ambiti aiuta a gestire progetti ad ampio respiro, tenendo conto di tutte le specificità che ogni mattoncino richiede.

Rintracciare il nuovo che avanza

Un aspetto fondamentale di questo mestiere è saper guardare al «mercato» in modo strategico, individuando la strada migliore per arrivare a un dato obiettivo, tenendo conto di determinate condizioni di partenza. Deve saper cogliere le novità e afferrarle, formarsi per conoscerle al meglio e per poterle proporre ai suoi clienti o all’interno della sua azienda.

Capire il pubblico, le persone

Il punto essenziale quando si comunica è farsi capire. Essere semplici, ma mai banali, immediati quando necessario. Per farsi ascoltare, è necessario capire con chi si sta parlando. Un bravo Communication Strategist deve essere in grado di capire al volo chi ha di fronte, nel senso più largo del termine: sia che si parli di una “platea” vera e propria oppure che si parli, molto più probabilmente, di un pubblico da immaginare, online o in diverse parti del mondo.

Amare la rete

Chi fa questo mestiere deve masticare e ed essere appassionato di digitale. Internet è la chiave di volta per capire il cambiamento che attraversa questo mondo professionale, per studiarlo. Per questo è importante guardare e stare dentro la rete, non solo da osservatori, ma da protagonisti. Commentando, partecipando, chiedendo. Perché se c’è una cosa che abbiamo imparato è che la rete è una piazza meravigliosa in cui confrontarsi quando si entra nel merito delle cose.

Saper scrivere

La parola scritta, in questo mestiere, è il fulcro di tutto. Saper scrivere bene, in modo chiaro ed esaustivo, saper catalizzare l’attenzione del proprio pubblico, interpretando il giusto tono di voce da utilizzare è fondamentale nella comunicazione. Saper scrivere non è una dote innata, esclusiva dei narratori, si può imparare: prima di tutto leggendo molto.

Le competenze innate

Insieme alle competenze tecniche, ci sono alcuni tratti caratteriali che possono favorire chi fa questo mestiere. Avere buone doti di public speaking: innate o meno, saper organizzare un’esposizione orale, saper convincere, saper formare gli altri è importante. Avere una buona capacità di astrazione, avere fantasia ed essere in grado di organizzare le spinte creative razionalmente. Essere curiosi e alla ricerca, essere generosi e aperti agli altri, avere capacità di empatia e di ascolto sono doti innate che vanno coltivate e stimolate per lavorare nel mondo della comunicazione.

Non restare chiusi nella propria bolla

Last but non least: non smettere mai di sperimentare e uscire allo scoperto. Avere account fake con cui “giocare”, farsi incuriosire, partecipare a convegni, webinar, corsi e confrontarsi continuamente con altri professionisti del settore sono elementi essenziali per lavorare nella comunicazione.

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Tutte le cose che abbiamo imparato dal 2017 come freelance

Cosa abbiamo imparato da questo anno appena finito come network di freelance, cosa ci portiamo nel nuovo anno 

Il passaggio da un anno ad un altro non è che una convenzione. Un numero che cambia, gli errori che a volte si compiono scrivendo la data, la capriola di una pagina sul calendario in cucina. Eppure, chissà perché, quel momento che va da metà dicembre a metà gennaio è sempre un’occasione speciale. Un anno che finisce e che ci fa ripercorrere quello che abbiamo fatto, quello che siamo diventati, le cose belle e brutte che abbiamo vissuto. E il nuovo che si affaccia, che ci chiede: dove andiamo?

 

Abbiamo deciso di scrivere qui quello che abbiamo imparato nel 2017 e che ci porteremo nella valigia nell’anno che arriva

Avere una bussola

A volte capita, da freelance, di essere scoraggiati: maciniamo tante di quelle idee, che se dovessero pagarci per questo saremmo miliardari. D’altronde, chi fa questo mestiere vive delle proprie idee, della propria creatività. Noi di idee ne abbiamo tantissime, ogni giorno quasi ne arrivano di nuove. Le idee che si trasformano in progetti, però, sono molte di meno. Perché? Perché le idee, per diventare realtà (ovvero progetti, azione, parole), devono avere una bussola e saper percorrere una strada impervia e difficile. Una serie di tappe che servono a metterle alla prova, a testarle e stressarle, per capire se – davvero – possono diventare parte del vissuto collettivo. 

  • Le idee vanno socializzate: parlarne con altri, chiedere opinioni, spiegare nel dettaglio anche gli aspetti più problematici della loro realizzazione aiuta a fare le prime valutazioni
  • Mettere via il computer e prendere carta e penna: iniziare a disegnare una mappa, ipotizzando tutte le variabili e le sfaccettature che l’idea porta con sé. Disegnare ci è servito tantissimo per definire i confini dei nostri progetti
  • Trasformare il disegno in una lista, scremata, delle macro aree dell’idea/progetto. La lista ora può diventare un planning: per fare un planning ci vuole immaginazione (quella del disegno di prima), realismo, concretezza
  • Essere severi con il proprio planning: per portare avanti un’idea / progetto indipendente (dove non c’è nessuno che ti paga e che detta tempi e metodi, è facile perdersi) bisogna essere severi e rispettare maniacalmente le scadenze che ti sei dato

Rispetta le scadenze che ti sei dato, per essere freelance ci vuole metodo. Poi arriva il resto 

Evitare i preventivi inutili

Negli ultimi mesi prima della fine dell’anno, abbiamo lavorato a decine di preventivi. Ogni preventivo richiede cura, investimento di tempo, risorse, telefonate a collaboratori, richieste ad altri professionisti. Molti di questi preventivi non sono entrati, per varie ragioni. Ci siamo chiesti se potevamo evitare del lavoro inutile, e la risposta è stata sì (in alcuni casi).

Quando fare un preventivo è uno spreco di tempo:

  • Quando c’è troppa fretta da parte del cliente: vale in generale, ma vale ancora di più nella comunicazione. La fretta non porta da nessuna parte e soprattutto fa partire male ogni progetto di narrazione, che richiede tempo per germogliare, essere coltivato, crescere
  • Quando si comincia prima a parlare di soldi (e di sconti), poi di idee
  • Quando il cliente non sa in che direzione vuole andare
  • Quando il progetto proprio non ti interessa 

Fare formazione sempre

La formazione nella vita di un freelance è essenziale per crescere, acquisire nuovi strumenti. Non lo abbiamo scoperto quest’anno, però è una cosa che sicuramente ci portiamo a casa, ancora e ancora. Formazione non significa solo fare corsi ma nerdare con strumenti nuovi, anche se non ti servono a stretto giro, scoprire nuovi generi, appassionarsi a cose totalmente nuove, con un unico obiettivo: non appiattirsi mai.

Lavorare con gli altri è difficile ma fondamentale

Quest’anno abbiamo lavorato con tantissimi professionisti, molto diversi tra di loro. Registi, grafici, motion grapher, illustratori, sviluppatori, giornalisti. Lavorare con gli altri non è facile, bisogna avere prima di tutto ben in mente la propria strada, essere esigenti ma nello stesso tempo capire tempi, metodi e personalità altrui. Quello che abbiamo imparato, però, è che lavorare con gli altri – quando sei freelance ma anche quando non lo sei – è essenziale. Quindi vale la pena studiare e capire quale sia la strada per farlo nel modo migliore possibile. 

Riconsiderare la propria gestione del tempo

Una delle cose che abbiamo vissuto di più quest’anno è la gestione del tempo. E ci siamo resi conto che, da freelance, occorre liberarsi totalmente della concezione dei tempi lineari di lavoro. Le otto ore canoniche da dipendente non esistono più. Bisogna imparare a lavorare con picchi altissimi (ci sono stati periodi in cui facevamo le “ore piccole” praticamente tutti i giorni) e riconoscere i momenti di pausa. E saperli vivere (senza l’ansia della notifica, del dover essere sempre sul pezzo, dell’ ”oddio e se mi sfugge questa opportunità?”). 

La creatività ha bisogno di noia

Prendersi del tempo lento, sprecare tempo, annoiarsi, è fondamentale per continuare a lavorare. Sembrerà un paradosso ma la creatività, per funzionare, ha bisogno anche di questo. Correre da una parte all’altra, da un progetto all’altro, non aiuta a crescere né a stimolare nuove idee. 

Saper dire dei no

Ultimo e fondamentale pezzo di valigia per il 2018: i no servono. Servono a fare crescere la propria professionalità e la stima che abbiamo di noi stessi. Servono a non accontentarsi, a capire cosa non vogliamo e cosa invece desideriamo per la nostra carriera. Servono anche a saldare dei rapporti, a fare capire il proprio valore agli altri, a stabilire i confini dentro i quali vogliamo lavorare e vivere. 

Ora possiamo dirlo, con lentezza, curiosità e un po’ di lezioni imparate “sul campo”: buon 2018 di vita e lavoro! 

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La newsletter come strumento strategico. Intervista ad Alessandra Farabegoli

Ci sono alcuni errori da non commettere per usare sempre meglio la newsletter come strumento strategico. Abbiamo intervistato Alessandra Farabegoli, webstrategist ed esperta di Email Marketing.

Trovare la propria audience, saperla coltivare con contenuti rilevanti e utili. Questo principio è sempre di più fondamento di ogni strategia di comunicazione oggi. In che modo l’email marketing si inserisce in questa prospettiva?

Oggi la comunicazione può funzionare solo se chi la progetta ha in mente delle persone reali, ne indaga i desideri, i bisogni e le difficoltà, si chiede quale sarà, dall’altra parte, la risposta alla domanda “what’s in it for me?”.

Siamo tutti sommersi da messaggi, abbiamo molte più cose da fare e da leggere che non tempo e attenzione “fresca” da dedicargli. La newsletter che mandiamo sta in mezzo ad altri venti nuovi messaggi arrivati nella Inbox e fa a gara con le notifiche di WhatsApp e i post degli amici su Facebook: non solo deve avere un senso e un’utilità per chi la riceve, non solo deve arrivare “al momento giusto”, ma va anche costruita facendo capire subito “cosa c’è dentro”, a partire dall’oggetto e dall’anteprima.

Analizzare la propria mailing list e capire se possiamo distinguere al suo interno interessi, caratteristiche e bisogni diversi per segmentare in modo intelligente: la rilevanza percepita aumenta via via che eliminiamo l’irrilevanza, resistendo alla tentazione di scrivere sempre tutto a tutti.

Newsletter, call to action, contenuto premium, strumento di vendita. Le mail possono essere questo e molto altro. Se non esiste una DEM "perfetta", quali sono gli errori da non commettere per la costruzione di una campagna di Mail Marketing?

Assenza di focus sul destinatario: riusciamo a scrivere le cose giuste solo quando siamo in grado di immedesimarci nello stato d’animo di chi dovrebbe aprire, leggere, rispondere alla call to action.

Assenza di focus sui nostri obiettivi: se non abbiamo chiaramente in testa quel che deve succedere dopo e grazie alla nostra DEM, affogheremo la cal to action principale in mezzo a tante altre secondarie o non saremo abbastanza diretti ed espliciti nella nostra richiesta

Assenza di analisi dei risultati: email non tracciate, siti in cui non si definiscono obiettivi e di cui nessuno guarda le analytics, decisioni prese sulla base di opinioni mai messe alla prova dei dati

La metrica quantitativa non è l'unico strumento per la valutazione di una campagna. L’obiettivo è quello di avere un cluster sempre più specifico da colpire con messaggi pertinenti, precisi, di interesse. Quanto conta la lead generation e il modo in cui si organizza il database?

Se c’è un termine che io odio è “colpire”. Le mie metafore della comunicazione hanno a che fare con l’allineamento, il sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda, l’intendersi come in un ballo di coppia.

I clienti hanno milioni di scelte a disposizione, perciò anche “lato fornitore” dobbiamo imparare a scegliere: non siamo la scelta migliore per tutti, inutile illudersi o sperare di ingannare qualcuno. Più scegliamo con attenzione i nostri clienti, più saremo capaci di soddisfarli, e più loro saranno felici di restare con noi e ci porteranno altri clienti simili a loro, clienti perfetti per noi. Se capiamo questo, allora viene naturale andare a cercare nuovi clienti e fare lead generation nel modo giusto, nei luoghi giusti, con le parole adatte e offrendo vantaggi rilevanti.

Come ti immagini il futuro di questo settore specifico della comunicazione?

Scrivere meno e meno spesso, ma usando sempre più le informazioni che abbiamo sulle persone e sulle loro scelte per trovare tempi e argomenti giusti. L’email marketing sta a metà strada fra la comunicazione di massa e le conversazioni one-to-one, deve far leva su questo essere una forma di comunicazione “intima” e diretta.

Alessandra Farabegoli

 

 Web strategist e appassionata divulgatrice della cultura della rete, Alessandra Farabegoli dalla fine degli anni ’90 aiuta aziende, enti e professionisti a usare Internet per fornire un servizio migliore, guadagnare di più e lavorare meglio. Dopo aver fondato e diretto per otto anni un’agenzia web a Ravenna, dal 2010 lavora come consulente indipendente, formatrice e divulgatrice su digital strategy, email marketing e personal branding. Fra i suoi clienti Federlegnoarredo, Veronafiere, ESO (European School of Oncology), Scuola Coop, UPPA – Un Pediatra per Amico, varie associazioni di categoria, operatori turistici e progetti di ecommerce. È autrice di “Sopravvivere alle informazioni su Internet – rimedi all’information overload” (Apogeo 2012), “Email Marketing con MailChimp”, il primo manuale in italiano su uno dei più diffusi servizi di mailing (Apogeo 2013-2014-2016), “Email marketing in pratica” (Apogeo 2014). Nel 2016 ha realizzato il video corso online “Email Marketing con MailChimp”. Dal 2012 ha creato insieme a Gianluca Diegoli il progetto di formazione Digital Update, proponendo in tutta Italia corsi sulle strategie digitali e l’uso degli strumenti online. Insieme a Miriam Bertoli e Gianluca Diegoli ha dato vita al Freelancecamp, evento annuale che aggrega una community di centinaia di freelance. Docente nei master Marketing, Communication and New Media di Bologna Business School, Social Media Marketing di IED, Comunicazione, Management e Nuovi Media IUAV-Università di San Marino; speaker a State Of The Net, BTO-BuyTourismOnline, Social Media Week Milan e numerosi altri eventi e barcamp. Dal 2016 StartupItalia la include nell’elenco delle donne più influenti nel digitale in Italia.

Quindi le news spariranno da Facebook?

NO, MA QUALCOSA CAMBIERÁ. PUBBLICO, INTERAZIONI, COMMENTI, GRUPPI: COSA SUCCEDERÁ SULLA TUA BACHECA E PERCHÉ, TUTTO SOMMATO, L'AGGIORNAMENTO DELL'ALGORITMO NON É MALE

Conversazioni, interazioni, discussioni significative. Principalmente con amici e famiglia. Sono queste le parole d’ordine dell’ultimo aggiornamento dell’algoritmo di Facebook.

Like, share, gruppi, commenti di chi amiamo, di chi posta qualcosa di significativo per noi. L’obiettivo di Facebook è sempre stato quello di tenerci dentro il suo ecosistema più tempo possibile. E per farlo è necessario che il tempo passato lì sopra ci piaccia, tanto. Non solo: è importante che dentro la nostra “filter bubble” possiamo confermare quello che pensiamo, sentirci appagati, ridurre il conflitto e aumentare il nostro senso di benessere. In quest’ottica, quindi, il “nuovo” algoritmo premierà ancora di più le interazioni significative tra le persone più vicine a noi. Niente di estremamente eclatante, Facebook in questi anni lo ha sempre dichiarato.

Ma cosa cambierà per il mondo dell’informazione?

Posto che Facebook ha più volte accarezzato l’idea di definirsi una media company e di fare del giornalismo uno dei suoi business, salvo poi fare dei decisi passi indietro, il punto centrale di questo aggiornamento è capire come cambierà il nostro modo di informarci e cosa succederà ai media che, sempre di più in questi anni, hanno usato Facebook come principale canale di distribuzione dei contenuti.

Partiamo da qualche numero: secondo Parse.ly da febbraio 2017 a ottobre 2017 c’è stato un calo del 25% del traffico proveniente da Facebook diretto ai siti di news: un’anticipazione di quello che stiamo vedendo oggi.

Giovedì scorso gli editori che fanno parte del Facebook Journalism Project hanno ricevuto questa lettera da Campbell Brown, Facebook’s Head of news partnerships. Il suggerimento, non tanto velato, è quello di creare un pubblico interessato ai contenuti e che, allo stesso tempo, abbia voglia di condividerli, commentarli, farli diventare in qualche modo un’esperienza personale.

Ecco, fermiamoci per un attimo su di noi. Che leggiamo abitualmente (e principalmente) le notizie da Facebook. Se per il “grande blu” le news sono un contenuto passivo, generalmente incapaci di scalare il nostro feed autonomamente, come possono fare gli editori a farsi leggere, trovare e a monetizzare?

Le persone e le conversazioni al centro

Per aumentare il volume della conversazione è necessario parlare con chi legge, rispondere alle loro domande, rilanciare e creare un dibattito. Per questo, nel prossimo futuro, nasceranno sempre di più Gruppi collegati alle pagine dei giornali online, divisi per argomenti, quello che Jeff Jarvis definisceconversational journalism”.

Vox, per esempio, ha già fatto un esperimento che è diventato un caso studio, trasformando le conversazioni del proprio gruppo su Obamacare in un podcast seguitissimo. Trovare il proprio pubblico, ascoltarlo e sviluppare canali alternativi alla distribuzione classica, quella su Facebook. Questa sarà la sfida nella sfida. Portare il contenuto di qualità a chi è disposto ad ascoltare, leggere, guardare. E pagare. Il Daily Beast e Bloomberg lo stanno già facendo (su Flipboard e Line), mentre c’è un altro esempio da guardare con grande attenzione: quello delle newsletter tematiche. Capaci, se create in sinergia con un luogo di conversazione e di ascolto, come un gruppo o un forum, di diversificare l’offerta giornalistica e informativa a seconda degli interessi e di andare oltre la piattaforma Facebook. La settimana scorsa The New Yorker ha “scippato” a Buzzfeed il direttore delle newsletter Dan Oshinsky a dimostrazione di quanto sia centrale questo punto da quelle parti.

Quindi? È tutto finito? No. Facebook continuerà a servire ai media, eccome. E sarà ancora importantissimo. Aiuterà a trovare il pubblico e a “portarlo” verso i propri contenuti.

Il rapporto tra media e Facebook, però, è destinato a subire un profondo cambiamento. Ed è proprio qui che comincia una missione complicata: emanciparsi dal canale di distribuzione e trasportare le persone verso una piattaforma diversa da Facebook. Solo così si è più forti dell’algoritmo e di ogni suo cambiamento.

Articolo pubblicato originariamente su Wired.it (qui il link)

#quellavoltache, qualcosa è cambiato

Tra le cose preziose di questo 2017 che vogliamo tenere e non buttare via, c’è l’urlo collettivo di migliaia di donne che hanno deciso di raccontare le violenze subite. Violenze verbali e fisiche, abusi e mobbing sessuali. Migliaia di donne che con l’hashtag #quellavoltache hanno voluto mettersi a nudo per cambiare le cose.

Abbiamo intervistato Giulia Blasi che, insieme a un gruppo di altre donne, hanno lanciato questa campagna in Italia. Per capire insieme a lei, a freddo, quali sono state le implicazioni di #quellavoltache e quali passi avanti il nostro paese ha fatto (e se ne ha fatti).

1) In meno di 24 ore #MeToo è diventato un trend topic, twittato da quasi mezzo milione di persone. Com’è nata l’idea di portare #metoo, #quellavoltache, anche in Italia? Come lo avete fatto?

In realtà noi siamo partite due giorni prima che Alyssa Milano recuperasse #MeToo, hashtag creato da Tarana Burke dieci anni fa. L’idea è nata come reazione al trattamento che stava subendo Asia Argento per aver raccontato la sua storia: abbiamo pensato di raccontare le nostre, unendole alla sua, per dimostrare che è una cosa che succede a tutte, e che dare la colpa alle donne delle molestie subite è insensato, punitivo, giudicante e maschilista.

Ovviamente la cosa ha avuto implicazioni ben oltre le nostre aspettative, perché abbiamo intercettato una corrente di rabbia che stava esplodendo in tutto il mondo, e che in ogni parte del mondo ha avuto una formulazione diversa. Noi e la Francia ci siamo inventate un modo nostro di raccontare: #quellavoltache e #balancetonporc.

2) Qual è stato per te l’aspetto più significativo e inaspettato di #quellavoltache?

Al di là del volume delle storie che sono arrivate, il fatto che per una settimana le voci della cultura dominante hanno taciuto, disorientate. Per una settimana dall’esplosione dell’hashtag #quellavoltache, abbiamo avuto silenzio e la possibilità di gestire la conversazione. Ora si sta cercando di far passare tutto per un’allucinazione collettiva, ma è successo. È successo, e bisogna costringere la nostra società a farci i conti.

3) I social media sono stati veicolo e megafono di questo urlo collettivo. Hanno dato la possibilità a migliaia di donne di esprimersi liberamente. A differenza di altre campagne social, però, #quellavoltache ha avuto la forza di uscire dalla “filter bubble” che produce la rete e trovare rappresentazione nel dibattito pubblico. Più di altre volte. Qual è stato l’elemento dirompente, che ha permesso tutto questo?

L’appoggio di Asia Argento è stato determinante per far emergere la campagna, ma quello che ha bucato la filter bubble è stata la diffusione dell’hashtag stesso. I media nazionali se ne sono accorti immediatamente. L’iniziativa è stata lanciata il 13; il 16 avevo già cominciato a raccontarla ai TG, ai giornali, alle agenzie di stampa. Credo che, come dicevo, abbiamo colto un momento particolare, in cui l’argomento era all’attenzione di tutti, e chi era sensibile al discorso ci ha dato volentieri spazio.

4) Anche se l’ultima campagna di Pandora sembra aver del tutto ignorato quello che è accaduto, pensi che #metoo e #quellavoltache possano contribuire a cambiare il linguaggio pubblicitario, che spesso gioca e usa gli stereotipi di genere?

Non sono gli hashtag o le campagne hashtag a cambiare le cose, sono le persone che si impegnano per mettere in discussione il modo in cui i media, la pubblicità, la cultura rappresentano le donne e i rapporti fra i generi. Il cambiamento è molto lento, progressivo, non improvviso. Gli strappi come quello che è avvenuto danno l’impressione che il cambiamento stia accelerando, ma sono strappi, appunto: la cultura su cui ci appoggiamo è molto resistente, e va cambiata giorno per giorno, con costanza.

5) Si parla sempre delle vittime e mai dei colpevoli, hai scritto sul tuo blog. In che modo pensi si possa parlare e far parlare dei carnefici?

Smettendo di parlare di quello che fanno le vittime, parlando solo dei colpevoli. Ma anche uscendo dalla logica per cui le molestie sono gossip, costume, prurigine, casi isolati di mostri isolati, e non un problema endemico alla nostra società, che ha a che vedere con il consenso, con la percezione delle donne come oggetti e non soggetti sessuali, con la libertà personale e con un definizione condivisa di “molestia”, che non c’è. Io credo che quelli che hanno molestato o molestano pensano di poterlo fare, anzi, pensano che se la persona che stanno molestando non li prende a ceffoni non sia molestia ma flirt. Credo che i molestatori e i violentatori che dicono “io non ho mai avuto rapporti non consenzienti” siano sinceri. Pensavano davvero di esercitare un elementare diritto. 

6) E adesso? Sappiamo che non volete fermarvi qui. Avete in mente altri progetti futuri o declinazioni possibili di #quellavoltache?

Stiamo lavorando su più fronti. Siamo molte (e molti: non siamo sole, la squadra è nutrita e trasversale ai generi) e attive. Ci rivedrete ancora. 

Giulia Blasi è una scrittrice, giornalista, conduttrice radiofonica e social media manager. È autrice di diversi libri, tra cui Deadsexy (Lint Editoriale, ora fuori catalogo), i racconti “Sottotitoli per non vedenti” (Ragazze che dovresti conoscere) e“Ultima notte in via Zanetti” (La notte dei blogger) per Einaudi Stile Libero, La mamma di Psycho è lui con la parrucca. Potete trovarla sul suo blog www.giuliablasi.it.

6 consigli per i Video Live su Facebook

Le dirette Live su Facebook: un modo autentico per parlare con la propria comunità, interagire e scalare il newsfeed. Sei consigli per usarli al meglio

Le dirette live sono il contenuto privilegiato dall’algoritmo di Facebook, l’unico tipo di post in grado di scalare il newsfeed senza sponsorizzazione. Facebook incoraggia le persone, sia dal loro profilo personale che dalle pagine, a utilizzare i Live video per informare la loro audience, per produrre contenuti interessanti, per raccontare qualcosa di sé.  Ciascuno di noi può essere un broadcaster qualificato, l’importante è riuscire a coinvolgere il proprio pubblico e mantenerlo connesso.

Ecco alcuni consigli per le dirette Live (con intermezzo GIF del nostro guru Will McAvoy)

Video + Internet = Will

Spiegare il contesto

Anticipate il Live con una descrizione convincente, in grado di spiegare alla vostra audience il contesto nel quale si svolge la diretta. La descrizione servirà sia durante il live che nella sua vita successiva, ovvero quando si trasformerà in un video che apparirà sulla vostra pagina.

Coinvolgere le persone

Coinvolgete le persone sull’argomento del quale parlerete prima dell’inizio del live, questo servirà a ricordare loro di seguirvi e invierà una notifica quando siete in diretta.

Almeno 10 minuti

Un buon live dura almeno 10 minuti e massimo 4 ore.

Occhio al FORMATO e alla VELOCITÀ di trasmissione

Facebook ha dei parametri molto chiari su come devono essere i video live, qui tutte le regole.

L’ENGAGEMENT

Durante il vostro video Live, non dimenticate la vostra audience: per mantenere l’engagement alto potreste rispondere o porre delle domande, chiamare per nome chi sta commentando il vostro video.

Siate autentici

Non abbiate paura di essere veri. I live video permettono una connessione autentica con la propria audience, quindi tutto ciò che suonerà troppo “commerciale” sarà poco efficace.

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