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Categoria: Freelance

Essere Freelance in tutto il mondo. Il caso Bekudo. Intervista a Virginia Fiume e Emma Perrotta

Un progetto che mette in rete i Freelance, che li fa conoscere e che li mette al centro. È Bekudo, startup internazionale. Abbiamo fatto due chiacchiere con Virginia Fiume e Emma Perrotta, le fondatrici. «Una Partita Iva non deve essere un espediente contrattuale»

Che cosa è Bekudo?

Bekudo è connessione. Si tratta di una piattaforma che permette a aziende e independent professionals di incontrarsi in un modo nuovo e intelligente in tutta Europa, al di là dei confini geografici e di quelli tra dipartimenti e ruoli. Bekudo è un movimento. Stiamo costruendo una casa che accolga le aziende che ritengono i freelance una fonte di innovazione e qualità e non una forza lavoro a basso costo, e i professionisti che scelgono una carriera soddisfacente svincolata dalla bandiera aziendale.

Bekudo è una conversazione. Sulla nostra piattaforma non ci sono form da riempire o profili da tenere aggiornati. Stiamo costruendo degli spazi di dialogo con il Virtual Consultant e il Virtual Mentor, per creare un ambiente confortevole in cui le aziende possano analizzare i propri progetti e articolare i propri bisogni e dove i professionisti possano condividere le loro competenze e le loro esperienze, facendosi domande invece che dando risposte.

Bekudo è una startup internazionale (valgono come le ultime due parole?). Come scrive Eric Ries, autore di The Lean Startup, una startup è: “un’istituzione umana disegnata per dare vita a un nuovo prodotto o servizio in condizioni di estrema incertezza”. Noi diamo forma alla nostra intuizione da Londra ma operiamo in tutto il mondo.

Qual è il percorso personale e professionale che vi ha portato a fondare Bekudo a Londra?

Se dovessimo trovare un concetto che ci accomuna è la capacità di dare ascolto alla voce interiore che ti suggerisce di cambiare continuamente. Le nostre scelte personali, negli anni, ci hanno sempre portate a lavorare in luoghi diversi.

Siamo state in Canada, Svizzera, Israele/Palestina, Canarie, Londra, e una serie di città italiane che va dalla Calabria alla Sicilia e da Roma a Milano. In ognuno di questi luoghi siamo sempre riuscite a metterci in condizione di sfruttare al meglio le nostre competenze, a volte come “dipendenti” di qualche azienda, a volte come consulenti. Da questo percorso movimentato abbiamo tratto una importante conclusione che è diventata la spinta a dare vita a Bekudo: per essere innovativa un’azienda non solo ha bisogno di cambiamenti continui, ma ha bisogno di saper gestire quei cambiamenti.

Il nostro mentore Philip Vanhoutte quando fa formazione ai nostri professionisti sulle tecniche per gestire al meglio la propria carriera come freelance dice sempre che quando si inizia un nuovo ruolo in azienda bastano 6 mesi per imparare tutto quello che serve per essere efficaci. Con Bekudo stiamo creando un modo per le aziende per beneficiare della bellezza di questa capacità di accogliere il cambiamento, insita in molte persone.

Per farlo abbiamo scelto Londra, perché al momento é il luogo che chiamiamo casa.

C'è differenza tra essere Freelance in Italia e all'estero?

L’Italia è l’unico paese – almeno per quello che abbiamo visto finora – dove l’espressione Partita IVA è diventata un espediente contrattuale e non uno strumento fiscale.

Quanto agevola o ostacola la legislazione inglese in termini di imprese individuali o società? Ci sono differenze in tassazioni e leggi in generale? Com’è la gestione burocratica?

Noi non abbiamo mai aperto una società in Italia, quindi non abbiamo informazioni di prima mano. Quello che sappiamo bene è che a Londra abbiamo potuto aprire la nostra società in mezz’ora, con nessun capitale iniziale richiesto e con un costo burocratico di 15 sterline. L’IVA si paga solo quando si fatturano più di 85,000£. E in generale il sito del HM Revenue & Customs è chiarissimo su tutto quello che riguarda la gestione e l’amministrazione degli aspetti fiscali, con tanto di webinar per i fondatori delle aziende. Ci sono molte agevolazioni fiscali sia per gli investitori che per le stesse aziende che possono ottenere rimborsi per gli investimenti in ricerca e sviluppo tecnologico.

Bekudo è un modo di fare rete in rete. Al di là della vostra esperienza quanto è importante la parola “comunità” nell’essere freelance?

È fondamentale. Il freelance ha un alto rischio di sentirsi solo. Durante la preparazione del lancio di Bekudo abbiamo parlato con tantissimi professionisti indipendenti in tutta Europa, e un tema tornava spesso: il prezzo da pagare per la scelta della libertà è a volte la mancanza di confronto con altre persone, sia tra pari che con dei mentori che possano aiutare a guardare la propria carriera in prospettiva. Una delle prime funzionalità che lanceremo su Bekudo prima dell’estate è proprio la Community, per permettere ai nostri independent professionals di interagire tra loro. I professionisti più felici sono quelli che scelgono la via della collaborazione, rispetto a quella della competizione.

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I 6 progetti editoriali che amiamo e che secondo noi hanno un bel futuro

Verticali, per addetti ai lavori, newsletter o documentari girati in 4 anni. Abbiamo selezionato sei progetti editoriali che ci piacciono e che possono servire (a tutti) come ispirazione 

Per noi sono i magnifici 6. Sei progetti che ci stanno piacendo, che guardiamo con ammirazione e che studiamo ogni giorno. Perché se c’è una cosa che stiamo imparando è che bisogna sempre vedere con interesse quelle realtà che possono ispirarci. Per noi essere Freelance vuol dire fare tesoro della rete e delle opportunità che offre. Grazie ai social ce ne sono di più, molte di più. Chiedersi: come posso mettere a frutto questa intuizione? Come posso adattarla, farla evolvere, farne tesoro? Per questo il nostro feed è pieno di cose che riteniamo “fighe”. Che suscitano in noi l’effetto WOW e allo stesso tempo, ci danno una pennellata in più. Ne abbiamo scelti 7, alcuni noti, altri un po’ meno.

Chiedersi: come posso mettere a frutto questa intuizione? Come posso adattarla, farla evolvere, farne tesoro?

Freeda

Che cos’è?
È un verticale femminile, solo su Facebook e Instagram, al femminile. Fondata un anno e mezzo fa circa da Andrea Scotti Calderini (ex Fremantle Media e Mediaset), dalla direttora editoriale Daria Bernardoni (ex BookRepublic, Yahoo e MSN) e da Gianluigi Casole. Ha un sacco di like, condivisioni commenti. Qualche tempo fa Wolf (di cui parliamo qui sotto) ha intervistato i fondatori. Ci ha colpito, soprattutto, uno dei passaggi di Calderini:

«Secondo noi in questo mondo di piattaforme peer to peer è importantissimo ascoltare moltissimo i feedback della nostra audience, non per far fare a loro la linea editoriale, ma per ascoltarli in modo intelligente, sintonizzarci e rispondere sempre di più alle loro esigenze».

Perché ci piace
Ci piace perché i suoi contenuti sono curati, interessanti, graficamente accattivanti. Sono dedicati a un pubblico specifico e riescono a lasciare una traccia.

Tracce di futuro
Audience design. Il contenuto portato al pubblico all’ennesima potenza. Questa cosa è interessante perché secondo noi sarà sempre di più un elemento fondamentale per attivare progetti efficaci. Conosci il tuo pubblico, e impara a dialogare con lui.

Wolf

Che cos’è?
È una newsletter a pagamento dedicata al mondo della comunicazione. Direttamente nella tua casella di posta, Wolf racconta con il metodo slow-news i cambiamenti, le tendenze, i concetti attorno al nostro lavoro. No, nessun tutorial. Nessun “come diventare ricchi in 30 click”, ma tanto approfondimento. E soprattutto: una comunità online che si scambia idee sul gruppo Facebook, capace di interagire senza spocchia, ego o ditini alzati. Una comunità che si aiuta e che risponde.

Perché ci piace
Chi ci segue lo sa: ci piace perché dà valore alle conversazioni che avvengono in modo virtuale. Le trasforma e le fa diventare contenuto. Perché informa e stimola.

Tracce di futuro
Anche qui: ascolto e contenuto on-demand fanno la differenza. Una newsletter verticale dedicata al suo pubblico e attento alle sue esigenze. Non ci perdiamo un numero e siamo contenti di pagare l’abbonamento. Insomma, è un modello di business da imitare.

Veleno

Che cos’è?
Veleno è una serie audio a puntate che ricostruisce storie di cronaca nera sparite dalle pagine dei giornali. Materiale d’archivio, ricerca, cura dei contenuti e della forma. Un ritmo incalzante e una struttura narrativa che ti fa entrare subito dentro. È un podcast di 7 puntate. Tutte le registrazioni audio del passato, i verbali e gli atti sono originali e tutte le voci che raccontano la storia oggi sono quelle vere dei suoi protagonisti. Ogni puntata aggiunge un nuovo capitolo, quindi è importante ascoltarle in ordine, a partire dalla prima. È audio, ma anche contenuto multimediale, grazie al lavoro del Visual Lab del gruppo Espresso. Prende spunto da Serial ed è un contenuto anticorpo, nonostante il nome.

Perché ci piace
No, non diremo che è l’anno del podcast. Non esiste l’anno del podcast. Esiste però l’anno in cui un grande gruppo ha deciso di investire su un prodotto del genere. Veleno è andato bene – almeno per il sentiment che si è visto in rete – ed è un buon modo per confezionare un contenuto, anche complesso. Del resto, non è il primo podcast che abbiamo visto in giro, quest’anno. Francesco Costa ha fatto evolvere la sua newsletter in questo tipo prodotto. E da un paio di settimane anche il Post ha lanciato il suo Postcast.

Tracce di futuro
Prodotto potenzialmente infinito, con costi relativamente bassi. Con la possibilità di integrarlo in (quasi) ogni tipo di progetto.

Riprendiamoli

Che cos’è

Riprendiamoli è un altro bel lavoro del Visual Lab. Come si evolve un lavoro come Guinendadi? Così. Tematica complessa e districata resa accessibile da ricerca, visualizzazione di dati, video. Tematica di cui si sente poco parlare ultimamente (vi ricordate quando in campagna elettorale si disquisiva di lotta alla Mafia? Oggi chi ne discute?).

Perché ci piace
Perché è il lavoro di un team variegato e perché sfrutta tutte le potenzialità a disposizione. Sarebbe stato da 10 e lode se dal punto di vista video vi fosse stato un approccio un po’ documentaristico. Ma sono vezzi nostri. Il lavoro è eccellente.

Tracce di futuro
Un po’ come per Veleno, Riprendiamoli mira a riportare alla luce argomenti lasciati un po’ nel dimenticatoio. E lo fa mettendo in campo quasi tutti gli strumenti possibili.

Humans of New York - LA SERIE

Che cos’è
Humans of New York LA SERIE è il frutto di 1200 interviste, 4 anni di lavoro. È un modo di raccontare che sembra anche una specie di esperimento sociologico. Quando si sente “sì, ma le pillole sul web hanno rotto”, giriamo al mittente questo link. Oppure quello di The internet warriors. Per noi sono nuovi modi di concepire il documentario. Ritratti, fatti con cura.

Perché ci piace
Curati in ogni dettaglio, montati e girati in modo eccellente. È come dovrebbe essere il racconto video per il web e non solo. Un lavoro che dura 4 anni, poi, merita la nostra ammirazione a prescindere.

Tracce di futuro
Creare serialità di qualità. Impresa difficile, ma non impossibile.

Now This

Che cos’è
Now This si definisce “A brand new video network built from scratch for people who get their news on mobile devices and through social streams”. Sono video sui social media, ma è anche un sito. Argomenti trattati: news, politica, futuro, lei, intrattenimento, soldi, nerd. Ammicca ai più giovani (qualcuno ha detto Snapchat?) ed ha contenuti pensati ed editati per i social media (video quadrati come se piovesse).

Perché ci piace
Perché impossibile non vederli. Ingaggio elevatissimo, comunità che commenta. Contro ogni cambiamento di algoritmo (per ora).

Tracce di futuro
Più che di futuro, qui si parla di presente. Oggi molti provano a imitarlo, pochi ci riescono.

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Imparare a navigare nella complessità. Intervista a Verena Caetano da Silveira

Come si convive con il cambiamento? In che modo si può sfruttare la complessità come elemento per crescere? Che cosa ha a che fare tutto questo con la creatività? Ne abbiamo parlato con Verena Caetano da Silveira, architetto delle organizzazioni  

Predire il futuro è impossibile, ma si può lavorare oggi, con se stessi e con gli altri, per costruire l’orizzonte che si desidera tra 10 anni. Ci vuole consapevolezza, organizzazione, mente aperta e capacità di convivere con il cambiamento.  

Verena, tu sei un architetto delle organizzazioni. Sul tuo profilo Linkedin si legge questa frase, che è sicuramente d’ispirazione: «Anticipating organizational design to enable desirable futures». Il tuo lavoro consiste nel disegnare le soluzioni organizzative più adatte per aiutare le aziende e le istituzioni a sviluppare al meglio il proprio futuro. È corretto?

Predire il futuro è impossibile ma ci si può preparare ad un futuro che si desidera accada, invece di subire i cambiamenti incerti dettati dai mercati o dalle nuove tecnologie. Occorre strutturarsi per diventare adattabili ad un ambiente complesso e dinamico, grazie ad un approccio di interesse verso il domani e di attenzione ai segnali che già si stanno riscontrando nel presente.

Il mio lavoro è aiutare le organizzazioni a definire il futuro che desiderano e strutturarsi per raggiungerlo. Il concetto chiave su cui opero è l’anticipazione (foresight), che ha in sé due aspetti essenziali: l’organizzazione e la gestione. Per quanto riguarda l’organizzazione, è importante separare la ricerca dallo sviluppo, che normalmente vengono implementate e finanziate sotto lo stesso cappello. Se la ricerca è per sua natura centrata sui prodotti, mercati e tecnologie del futuro, lo sviluppo invece è direttamente legato alle attività del presente. È lo sviluppo quindi a garantire il fatturato attuale, e inevitabilmente consuma le risorse della ricerca, che spesso non vede la luce. E quando il futuro arriva, ci si ritrova con prodotti superati, tecnologie obsolete, processi inefficaci e inefficienti e senza più il tempo per reinventarsi. La vera strategia di innovazione dovrebbe saper rispondere alla domanda: cosa si vuole fare tra 10 anni? La strategia per rispondere a questa domanda deve nascere quando si sta bene, non quando si ha l’acqua alla gola, altrimenti non si parla di anticipare, ma si continua a reagire alle singole richieste esterne e puntuali: insomma, a sopravvivere. Quanto al secondo aspetto, la gestione, una volta che l’organizzazione si è liberata dalla pressione del dover innovare a tutti i costi – dato che esistono strutture adatte a questo (la ricerca) – ci si concentra sulla pianificazione e su tutte le metodologie di verifica e allineamento del piano operativo ai trend (che comprendono mercati, prodotti, tecnologie ed i sistemi stessi di gestione e investimenti).

Nel momento in cui si apre una partita iva o un’azienda, il primo scoglio che ciascuno di noi si trova ad affrontare è la gestione della complessità. Un insieme di elementi che sono diversi per ciascuna professione ma che hanno sicuramente dei punti in comune: dall’acquisizione di nuovi clienti al prendersi cura della propria contabilità, dal lavoro in team al modo in cui ci si comunica agli altri. Cosa rappresenta per te la complessità?

Il cambiamento è la costante della nostra vita. Questa è la vera complessità. E non è solo la quantità di variabili – diverse per ciascuna attività produttiva o professione – a definire la complessità. Le variabili cambiano costantemente e la gerarchia di priorità tra di loro è altalenante nel tempo. Bisogna quindi predisporre strumenti per permettere alle organizzazioni di convivere con il cambiamento, farlo proprio, promuovendolo verso la situazione futura che hanno identificato come desiderabile e così navigare con consapevolezza nella complessità. Subito dopo il PhD in progettazione, più di 10 anni fa, mi sono dedicata a ricerche applicate nell’ambito dei sistemi complessi (la prima delle quali in Italia, finanziata dalla Fondazione CRT nell’ambito delle scienze della complessità). La costante che ho potuto individuare è che per anticipare il futuro sono necessari approcci avanzati che vadano oltre i tradizionali modelli di previsione (forecast). Questi metodi cosiddetti di anticipazione (foresight), costruiscono scenari possibili considerando la molteplicità del presente, i segnali deboli, i trend emergenti e i percorsi possibili di evoluzione. Ci vuole un cambiamento totale di mindset: attivando flessibilità, adattamento e transculturalità (più che multidisciplinarità) per diventare abilitanti e affrontare creativamente la complessità.

La complessità può essere uno stimolo per idee e soluzioni creative, oppure quando non è gestita può togliere spazio all’immaginazione e a soluzioni alternative. In che modo la complessità si relaziona con la creatività?

La creatività – che è la parola per descrivere il pensiero produttivo (e niente ha a che fare con la mera “improvvisazione”) – è una capacità innata che tutti possiedono e che può essere sviluppata, come accade per altre capacità, attraverso lo studio e la pratica. Purtroppo pochi di noi, nell’ambito del proprio percorso formativo, hanno avuto l’opportunità di apprendere dei metodi sistematici consolidati per sviluppare il pensiero creativo e spesso ancora si pensa che solo alcune persone abbiano creatività o che essa appartenga solo ad alcune categorie di attività/mestieri ‘creativi’. Il rapporto tra processi di pensiero complessi e problemi complessi (che affrontiamo giornalmente) è ulteriormente rafforzato quando si esaminano dei processi di pensiero specifici. Cohen e Presseiden hanno descritto quattro processi specifici complessi, oggi ampiamente riconosciuti come fondamentali per affrontare le sfide professionali: Problem solving (risolvere una criticità nota), Decision making (scegliere un’alternativa migliore), Critical thinking (comprendere il significato specifico) e Creative thinking (produrre nuovi prodotti tangibili/cose e intangibili/idee e concetti). Per lavorare bene nella complessità, a prescindere del campo di attuazione, bisogna saper usare tutti questi tipi di processi. 

Quali sono i consigli che daresti a chi vuole lanciare un’idea imprenditoriale o vendere i propri servizi? Da dove bisogna cominciare per gestire la complessità che per natura generiamo come esseri umani che si relazionano con altri esseri umani?

Mi piacerebbe, più che consigliare, condividere con voi un consiglio prezioso che ho avuto anni fa, da una grande professionista e studiosa. Le cose fondamentali sono conoscere a fondo se stessi, i propri limiti da superare e i talenti da valorizzare, saper definire molto bene la propria identità professionale. Solo quando abbiamo dominato le regole del gioco (mestiere, mercati, contesti…) si potrà sovvertirle per creare qualcosa di totalmente nuovo e dare il nostro personale contributo, aggiungendo valore. Se a questo aggiungiamo il fatto che la relazione tra le persone è uno degli aspetti che maggiormente generano complessità, credo che il primo passo sia in assoluto coltivare una mente aperta. Così come occorre essere consapevoli nella gestione dei cambiamenti per muoversi nella complessità delle cose, bisogna essere altrettanto consapevoli dell’impatto che le nostre relazioni hanno nella complessità delle persone. Ascoltate e accogliere le narrazioni e le storie dell’altro cercando di integrarle alle nostre storie e narrazioni, a mio avviso e dalla mia esperienza in differenti continenti/culture e settori produttivi/discipline, è il miglior punto di partenza – e di arrivo. 

BIO
From Italy. Made in Brazil. Dagli anni ’90 lavoro nell’architettura di sistemi organizzativi, in America e in Europa – negli ambiti edile, accademico, infrastrutturale e logistico per aeronautica, spazio e difesa. Dopo la laurea in Architettura ed il Master in Ingegneria di Produzione, divento Professoressa universitaria e Ricercatrice nel 2001 ed inizio a condurre ricerche applicate sull’architettura organizzativa in Brasile ed in Spagna. La mia passione è creare quei ponti tra teoria (accademia) e pratica (aziende e istituzioni) che aiutano i leader (e quelli che a loro aiutano) a disegnare, costruire e trasformare le organizzazioni che creano valore agli stakeholders, compresi investitori, clienti, lavoratori, fornitori, partner, società e ambiente. Nel 2007, già in Italia, ottengo il PhD in Architettura e Progettazione ed inizio a condurre ricerche applicate nell’ambito dei sistemi complessi. In questo periodo raggiungo l’obiettivo di portare in Italia l’Istituto di ricerca indipendente Antis (Research for the future), collaborando diretta e indirettamente con aziende e istituzioni pubbliche e private nell’architettura di sistemi organizzativi, miglioramento continuo e design strategy per un futuro desiderabile. Attualmente, mentre guido Antis Institute, sono anche leader di Rete al Femminile Torino perché credo che la tipologia di organizzazione del futuro è proprio questa, basata sulla condivisione di principi e il desiderio di un futuro migliore da costruire per tutti tramite la relazione fra le persone. 

Immagine ©Silvia Paganino Fotografa

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Come seguire le proprie aspirazioni (anche quando tutti ti dicono di no)

Essere Freelance significa anche avere lo spazio per assecondare i propri desideri professionali. Che cosa vuol dire seguire le proprie idee? Cosa fare quando hai studiato per un progetto, ma non riesce a partire?  

Quando si è Freelance non si ha orari (falso), non si hanno luoghi di lavoro (falso), si lavora poco (falso) o troppo (falso). A volte quello che si immagina sulla vita dei liberi professionisti è semplicemente un po’ sfocato. 

È vero: ci è capitato di non avere orari, di lavorare in posti assurdi e di fare molto tardi. Ma per la nostra esperienza è stata un’eccezione. Che capita e capiterà, ci mancherebbe.

Tuttavia è da considerarsi una rarità. La cosa importante da fare è provare a seguire le proprie aspirazioni, anche quando la routine ti schiaccia. Attenzione: questo post non è uno di quelli motivazionali. Non ci saranno frasi tipo: «Sii te stesso e scala la vetta». Perché per quanto grandi fan di Livio Sgarbi, queste frasi – da sole – non possono bastare. 

Fare, ogni anno, almeno una cosa bella fuori dal proprio budget

Seguire le proprie aspirazioni

Seguire le proprie aspirazioni, quindi. Ma che vuol dire? Quando abbiamo deciso di fondare .puntozero ci siamo chiesti: «Che cosa vogliamo ragionevolmente fare per noi, per la nostra crescita personale e professionale all’interno dell’attività lavorativa?». Ci siamo risposti con una formula semplice: fare, ogni anno, almeno una cosa bella (un documentario, un reportage, un format, una newsletter…) fuori dal budget, a fondo perduto. Che si porta a casa indipendentemente da tutto. E per fare questo, ci siamo imposti: .puntozero deve lavorare duro su altri fronti (comunicazione, ufficio stampa, strategia digital, ecc) per dare spazio a questa aspirazione. Mica facile. E chi dice che lo è? Ci sono alcune cose che ci hanno aiutato e che ci aiutano tutti i giorni. La lista, in ordine sparso si compone così:

La lista dei desideri

  • A inizio anno scrivere un po’ di idee
  • Prendere quelle idee e capire se sono out of the box della propria routine, dei propri clienti, dalla propria quotidianità
  • Chiedersi: con chi voglio fare questo progetto?
  • Iniziare a mettere giù una timeline approssimativa
  • Pensare grosso modo ai costi
  • Chiedersi: i costi si possono contenere?
  • C’è un modo o più modi per coinvolgere partner economici in questo progetto?
  • Quanto intacca le finanze di .puntozero?
  • È sostenibile?
  • Quali sono gli sbocchi distributivi possibili?

La lista ci aiuta a focalizzare i nostri obiettivi: che cosa vogliamo davvero fare quest’anno? 

Realismo e Twin Peaks

Questa lista ci aiuta a capire su cosa insistere, su cosa investire. E cosa lasciar perdere. Perché, diciamoci la verità: a tutti piacerebbe fare un documentario di 9 ore sulla condizione del picchio in una cittadina dello stato di Washington a cinque miglia a sud del confine con il Canada (ehm), però per arrivare a fare solo quello bisogna fare piccoli passi, ogni anno. Crescere professionalmente, studiare, completare progetti sempre più complessi.

Anche se tutti ti dicono no, no, no...

La storia di Anna Rita Sidoti ci ha dato tanto. Ci ha lasciato quella determinazione necessaria per continuare a perseverare anche quando le condizioni sembrano avverse. Perché può capitare che tu abbia progettato tutto, che sia pronto per partire e che arrivino dei sonori e dolorosi “no”. Il nostro consiglio è: insistere. Ma non in maniera cieca, senza intransigenza. Darsi un tempo oltre il quale non si va, né si torna indietro. Facciamo un esempio: si decide di fare un reportage. La figura chiave della nostra intervista è un personaggio pubblico. Non siamo un media mainstream, quindi è tutto un po’ più complicato. Che si fa? Si sfoglia la rubrica, si vede se si trova un telefono o una mail di quel personaggio o dell’ufficio stampa o del manager o, comunque, di una persona vicina. E si comincia a martellare. Per quanto tempo? Non è facile da dire, però quest’anno abbiamo dovuto cambiare “obiettivo” perché dopo 3 mesi di contatti, mail, idee, telefonate non siamo arrivati nemmeno vicini al nostro interlocutore. Pazienza. Resta un po’ di amaro in bocca, ma ci riproveremo più avanti.

Lucida follia

In questi giorni stiamo lavorando a un altro documentario e ci stiamo portando dietro tutte queste esperienze: stabilire il primo contatto, non abbattersi quando c’è il silenzio, insistere con educazione, pianificare i possibili costi, immaginare la distribuzione. Affronteremo molte altre difficoltà, ne siamo sicuri. Ogni progetto, del resto, ha le proprie. Però sappiamo una cosa: quando abbiamo messo giù quella formula immaginando il nostro futuro da liberi professionisti eravamo felici e sapevamo che sarebbe stata quella l’aspirazione da seguire.

Ogni progetto ha le sue difficoltà: ma con questo metodo siamo felici  

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Le competenze per diventare un bravo Communication Strategist

Communication Strategist: cosa vuol dire? Come diventare un bravo stratega? Strumenti, idee, suggerimenti per una delle posizioni lavorative più fraintese nella comunicazione

Quella del Communication Strategist (o Manager) è una professione che Zygmund Baumann avrebbe definito «liquida». Una professione che richiede grande versatilità, resilienza, formazione, creatività. E movimento, perché non è mai uguale a se stessa. Può cambiare a seconda del contesto, del tempo, dello spazio, delle condizioni sociali e storiche.  

Una professione che richiede grande versatilità, resilienza, formazione, creatività

Le competenze tecniche di un Communication Strategist

La competenza principale di un (bravo) Communication Strategist è quella di saper guardare la comunicazione a tutto tondo. Deve aver coltivato, in anni di “gavetta”, esperienza in più settori: graphic design, produzione video, advertising digital e tradizionale, ufficio stampa, content management, SEO e SEM (Search Engine Optimization e Marketing), social media, organizzazione di eventi e marketing, CRM (Customer Relationship Management). Anche se non si tratta di competenze approfondite, avere delle basi in questi ambiti aiuta a gestire progetti ad ampio respiro, tenendo conto di tutte le specificità che ogni mattoncino richiede.

Rintracciare il nuovo che avanza

Un aspetto fondamentale di questo mestiere è saper guardare al «mercato» in modo strategico, individuando la strada migliore per arrivare a un dato obiettivo, tenendo conto di determinate condizioni di partenza. Deve saper cogliere le novità e afferrarle, formarsi per conoscerle al meglio e per poterle proporre ai suoi clienti o all’interno della sua azienda.

Capire il pubblico, le persone

Il punto essenziale quando si comunica è farsi capire. Essere semplici, ma mai banali, immediati quando necessario. Per farsi ascoltare, è necessario capire con chi si sta parlando. Un bravo Communication Strategist deve essere in grado di capire al volo chi ha di fronte, nel senso più largo del termine: sia che si parli di una “platea” vera e propria oppure che si parli, molto più probabilmente, di un pubblico da immaginare, online o in diverse parti del mondo.

Amare la rete

Chi fa questo mestiere deve masticare e ed essere appassionato di digitale. Internet è la chiave di volta per capire il cambiamento che attraversa questo mondo professionale, per studiarlo. Per questo è importante guardare e stare dentro la rete, non solo da osservatori, ma da protagonisti. Commentando, partecipando, chiedendo. Perché se c’è una cosa che abbiamo imparato è che la rete è una piazza meravigliosa in cui confrontarsi quando si entra nel merito delle cose.

Saper scrivere

La parola scritta, in questo mestiere, è il fulcro di tutto. Saper scrivere bene, in modo chiaro ed esaustivo, saper catalizzare l’attenzione del proprio pubblico, interpretando il giusto tono di voce da utilizzare è fondamentale nella comunicazione. Saper scrivere non è una dote innata, esclusiva dei narratori, si può imparare: prima di tutto leggendo molto.

Le competenze innate

Insieme alle competenze tecniche, ci sono alcuni tratti caratteriali che possono favorire chi fa questo mestiere. Avere buone doti di public speaking: innate o meno, saper organizzare un’esposizione orale, saper convincere, saper formare gli altri è importante. Avere una buona capacità di astrazione, avere fantasia ed essere in grado di organizzare le spinte creative razionalmente. Essere curiosi e alla ricerca, essere generosi e aperti agli altri, avere capacità di empatia e di ascolto sono doti innate che vanno coltivate e stimolate per lavorare nel mondo della comunicazione.

Non restare chiusi nella propria bolla

Last but non least: non smettere mai di sperimentare e uscire allo scoperto. Avere account fake con cui “giocare”, farsi incuriosire, partecipare a convegni, webinar, corsi e confrontarsi continuamente con altri professionisti del settore sono elementi essenziali per lavorare nella comunicazione.

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Tutte le cose che abbiamo imparato dal 2017 come freelance

Cosa abbiamo imparato da questo anno appena finito come network di freelance, cosa ci portiamo nel nuovo anno 

Il passaggio da un anno ad un altro non è che una convenzione. Un numero che cambia, gli errori che a volte si compiono scrivendo la data, la capriola di una pagina sul calendario in cucina. Eppure, chissà perché, quel momento che va da metà dicembre a metà gennaio è sempre un’occasione speciale. Un anno che finisce e che ci fa ripercorrere quello che abbiamo fatto, quello che siamo diventati, le cose belle e brutte che abbiamo vissuto. E il nuovo che si affaccia, che ci chiede: dove andiamo?

 

Abbiamo deciso di scrivere qui quello che abbiamo imparato nel 2017 e che ci porteremo nella valigia nell’anno che arriva

Avere una bussola

A volte capita, da freelance, di essere scoraggiati: maciniamo tante di quelle idee, che se dovessero pagarci per questo saremmo miliardari. D’altronde, chi fa questo mestiere vive delle proprie idee, della propria creatività. Noi di idee ne abbiamo tantissime, ogni giorno quasi ne arrivano di nuove. Le idee che si trasformano in progetti, però, sono molte di meno. Perché? Perché le idee, per diventare realtà (ovvero progetti, azione, parole), devono avere una bussola e saper percorrere una strada impervia e difficile. Una serie di tappe che servono a metterle alla prova, a testarle e stressarle, per capire se – davvero – possono diventare parte del vissuto collettivo. 

  • Le idee vanno socializzate: parlarne con altri, chiedere opinioni, spiegare nel dettaglio anche gli aspetti più problematici della loro realizzazione aiuta a fare le prime valutazioni
  • Mettere via il computer e prendere carta e penna: iniziare a disegnare una mappa, ipotizzando tutte le variabili e le sfaccettature che l’idea porta con sé. Disegnare ci è servito tantissimo per definire i confini dei nostri progetti
  • Trasformare il disegno in una lista, scremata, delle macro aree dell’idea/progetto. La lista ora può diventare un planning: per fare un planning ci vuole immaginazione (quella del disegno di prima), realismo, concretezza
  • Essere severi con il proprio planning: per portare avanti un’idea / progetto indipendente (dove non c’è nessuno che ti paga e che detta tempi e metodi, è facile perdersi) bisogna essere severi e rispettare maniacalmente le scadenze che ti sei dato

Rispetta le scadenze che ti sei dato, per essere freelance ci vuole metodo. Poi arriva il resto 

Evitare i preventivi inutili

Negli ultimi mesi prima della fine dell’anno, abbiamo lavorato a decine di preventivi. Ogni preventivo richiede cura, investimento di tempo, risorse, telefonate a collaboratori, richieste ad altri professionisti. Molti di questi preventivi non sono entrati, per varie ragioni. Ci siamo chiesti se potevamo evitare del lavoro inutile, e la risposta è stata sì (in alcuni casi).

Quando fare un preventivo è uno spreco di tempo:

  • Quando c’è troppa fretta da parte del cliente: vale in generale, ma vale ancora di più nella comunicazione. La fretta non porta da nessuna parte e soprattutto fa partire male ogni progetto di narrazione, che richiede tempo per germogliare, essere coltivato, crescere
  • Quando si comincia prima a parlare di soldi (e di sconti), poi di idee
  • Quando il cliente non sa in che direzione vuole andare
  • Quando il progetto proprio non ti interessa 

Fare formazione sempre

La formazione nella vita di un freelance è essenziale per crescere, acquisire nuovi strumenti. Non lo abbiamo scoperto quest’anno, però è una cosa che sicuramente ci portiamo a casa, ancora e ancora. Formazione non significa solo fare corsi ma nerdare con strumenti nuovi, anche se non ti servono a stretto giro, scoprire nuovi generi, appassionarsi a cose totalmente nuove, con un unico obiettivo: non appiattirsi mai.

Lavorare con gli altri è difficile ma fondamentale

Quest’anno abbiamo lavorato con tantissimi professionisti, molto diversi tra di loro. Registi, grafici, motion grapher, illustratori, sviluppatori, giornalisti. Lavorare con gli altri non è facile, bisogna avere prima di tutto ben in mente la propria strada, essere esigenti ma nello stesso tempo capire tempi, metodi e personalità altrui. Quello che abbiamo imparato, però, è che lavorare con gli altri – quando sei freelance ma anche quando non lo sei – è essenziale. Quindi vale la pena studiare e capire quale sia la strada per farlo nel modo migliore possibile. 

Riconsiderare la propria gestione del tempo

Una delle cose che abbiamo vissuto di più quest’anno è la gestione del tempo. E ci siamo resi conto che, da freelance, occorre liberarsi totalmente della concezione dei tempi lineari di lavoro. Le otto ore canoniche da dipendente non esistono più. Bisogna imparare a lavorare con picchi altissimi (ci sono stati periodi in cui facevamo le “ore piccole” praticamente tutti i giorni) e riconoscere i momenti di pausa. E saperli vivere (senza l’ansia della notifica, del dover essere sempre sul pezzo, dell’ ”oddio e se mi sfugge questa opportunità?”). 

La creatività ha bisogno di noia

Prendersi del tempo lento, sprecare tempo, annoiarsi, è fondamentale per continuare a lavorare. Sembrerà un paradosso ma la creatività, per funzionare, ha bisogno anche di questo. Correre da una parte all’altra, da un progetto all’altro, non aiuta a crescere né a stimolare nuove idee. 

Saper dire dei no

Ultimo e fondamentale pezzo di valigia per il 2018: i no servono. Servono a fare crescere la propria professionalità e la stima che abbiamo di noi stessi. Servono a non accontentarsi, a capire cosa non vogliamo e cosa invece desideriamo per la nostra carriera. Servono anche a saldare dei rapporti, a fare capire il proprio valore agli altri, a stabilire i confini dentro i quali vogliamo lavorare e vivere. 

Ora possiamo dirlo, con lentezza, curiosità e un po’ di lezioni imparate “sul campo”: buon 2018 di vita e lavoro! 

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