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Categoria: Video

Giornalismo e Motion Graphics, questione di feeling

Tra giornalismo e Motion Graphics è amore possibile, già da qualche tempo. La BBC Academy ha un suo dipartimento dal 2014. Il New York Times, ogni anno, racchiude tutti i suoi lavori nel The Year in Visual Stories and Graphics e c’è da perderci la testa.

È una delle sfide del giornalismo e, più in generale, della diffusione e distribuzione dei contenuti video in particolare sulle piattaforme social.

La grafica e la sua evoluzione video, la Motion Graphics non più come strumenti per “abbellire il pezzo”, ma come punto cardinale da seguire e assecondare per arrivare al proprio pubblicoArgomenti da trattare? Potenzialmente tutti. Come? Mettendo insieme fatti e creatività. 

Sempre il New York Times, ad esempio, ha tirato fuori dal cilindro questi lavori come approfondimento su Rio 2016. In questi prodotti c’è tutto quello che una storia deve raccontare: gli atleti, le loro parole, l’analisi tecniche dei loro gesti. E poi dati, tanti dati.

C’è chi raccoglie tutto ciò che può essere messo sotto l’etichetta “Motion Graphics Journalism”. Lo fa Brandon Sugiyama, un Motion Grapher di New York che ha creato questo sito e questo canale Vimeo.

Per approfondire un po’ di più questo argomento e capire quali sono le buone pratiche del Motion Graphics Journalism, abbiamo fatto due chiacchiere con Alberto e Matteo, due professionisti con cui abbiamo già collaborato.

Matteo Bagnasacco

Quando è cominciata questa “alleanza” tra il vostro lavoro e quello della produzione dei contenuti giornalistici?

La diffusione dei social media ha portato a una fruizione dei contenuti sempre più immediata. Il risultato è che siamo obbligati a recepire sempre più informazioni nel minor tempo possibile. Questo implica uno stravolgimento degli scenari anche per chi produce le informazioni: credo che sia per questo motivo che il giornalismo è obbligato oggi a cercare nuove forme per confezionare dati, parole chiave, per riuscire a recapitare il messaggio in modo chiaro, univoco, veloce e immediato.

Quali elementi non devono mancare in un prodotto nel Motion Graphics Journalism?

Per il giornalismo la Motion Graphics rappresenta un mezzo. Gli elementi che veicolano l’informazione (grafica, animazioni, musica…) devono sempre avere un ruolo da comprimario. L’elemento indispensabile nel MGJ resta il contenuto. È in base a quello che un motion designer deve creare lo stile e il ritmo delle animazioni.

 

Quali sono gli errori da non compiere?

Come un buon giornalista deve evitare di ricercare il “colpo di scena” anche quando non c’è, allo stesso modo il motion designer non deve cedere alla tentazione dell’effetto visivo fine a se stesso. Al contrario degli spot pubblicitari e del video branding, infatti, nel giornalismo questi momenti devono sempre trovare una giustificazione. L’errore più importante da evitare è quello di permettere al significate di prevaricare il significato.

Alberto De Stefani

 

Quando è cominciata questa “alleanza” tra il vostro lavoro e quello della produzione dei contenuti giornalistici?

Penso che sia una normale evoluzione per adattarsi ai nuovi linguaggi e ai nuovi media. Fino a un po’ di tempo fa la Motion Graphics era usata con più parsimonia. Adesso, alla velocità a cui viaggiano le informazioni, anche la MG sta diventando parte integrante della comunicazioneCon i contenuti giornalistici si crea un’accoppiata molto forte.

Quali elementi non devono mancare in un prodotto nel Motion Graphics Journalism?

Sicuramente bisogna mettere in primo piano il messaggio che si vuole dare, ma un altro elemento importante è creare un po’ di intrattenimento e rendere il prodotto accattivante e fruibile, con una sua personalità. Credo che il punto fondamentale sia creare un prodotto facilmente che si possa decodificare facilmente in modo da poter lasciare un messaggio.

Quali sono gli errori da non compiere?

Un errore da evitare è quello di realizzare un prodotto fine a se stesso. Bisogna saper bilanciare la creatività con l’efficacia del messaggio che si vuole raccontare. Un prodotto spettacolare visivamente ma scevro di contenuti non veicolerà nessun messaggio, ma anche un prodotto ricco di informazioni e presentate male porterà allo stesso risultato.

 

Esempi

Quali sono i 3 lavori che hanno fatto scuola? E perché?

Ci sono alcuni lavori molto interessanti e che hanno le caratteristiche per diventare dei “future classics”

Growing-Up realizzato da Jr.canest. È interessante perché è un prodotto di informazione rivolto ai bambini che riesce a trattare un argomento complesso e delicato come la paura della crescita in modo semplice e diretto, utilizzando uno stile che non solo risulta particolarmente affine all’argomento trattato ma è anche perfettamente adatto al target al quale si rivolge

#Einstein100 scritto da Jamie Lochhead e realizzato da Eoin Duffy: in appena 3 minuti si spiegano concetti complessi e normalmente riservati “agli addetti ai lavori” come quelli che stanno alla base della Teoria della relatività di Albert Einstein. L’animazione non ha la pretesa di entrare nello specifico e lo si capisce dallo stile grafico volutamente semplice e minimale (seppure curassimo ed impeccabile). A mio avviso questo lavoro costituisce inoltre un ottimo esempio di come l’ironia possa essere utilizzata nella MG per alleggerire le spiegazioni e renderle più digeribili ai più. 

The Economy of Coca-Cola realizzato da Jot Reyes per Bloomberg Television è un ottimo esempio di come una narrazione basata principalmente su cifre (date, valori, percentuali…), che potrebbe risultare poco assimilabile ai più se solamente letta o ascoltata, benefici enormemente dell’apporto della MG che la rende molto più fruibile e comprensibile, e indubbiamente più divertente.

Conclusioni

Una possibile evoluzione può venire da un nuovo tipo di distribuzione?

Difficile a dirsi. Certo è che dieci o quindici anni fa non avrei immaginato che sarebbe stata una prassi quotidiana quella di leggere le notizie in tempo reale sull’iPhone durante il tragitto casa-lavoro con l’autobus; basandomi su questo mi sento di azzardare una risposta positiva anche se al momento mi è difficile prevedere in quali termini.

Una possibile evoluzione può venire da un nuovo tipo di distribuzione?

È un’ipotesi sicuramente affascinante. Ci troviamo a poter presentare i dati e le informazioni in modo molto dinamico e soprattutto flessibile, di conseguenza è anche normale provare ad essere un po’ visionari e provare a concepire nuovi tipi di distribuzione. Può essere una sfida che vale la pena provare.

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Video su Facebook: le ultime novità

Meno, meglio e con più investimento in adv. Come prevedibile e come molti avevano già notato, Facebook nell’ultimo anno ha ridotto drasticamente l’engagement dei suoi contenuti, sia organici che a pagamento. Questo per varie ragioni, che Buzzsumo riassume così:

  1. Ciascun utente ha potenzialmente accesso a oltre 1500 contenuti nel suo newsfeed. Quindi, la competizione è dura e non basta (solo) pagare.  
  2. Facebook sta potenziando il suo sistema di selezione dei contenuti in base alla rilevanza: sì contenuti veri, no clickbating per dirne una.


Sotto “accusa”, in particolare, ci sono i post contenenti parole, link e immagini. I video, invece, sembrano continuare ad essere il contenuto privilegiato da Facebook, i Live in particolare. Abbiamo riassunto qualche caratteristica fondamentale di cui tenere conto quando si pubblica un video su Facebook:

BREVITÀ: più sono brevi, più funzionano. Con brevi si intende una lunghezza massima di 120 secondi e una media di 65.

TESTO: anche il testo che li accompagna deve essere breve, max 60 caratteri, e incisivo.

LIVE: Facebook privilegia i live, e possono essere anche più lunghi.

HOW TO e HUMOR: i video che funzionano di più sono quelli utili per le persone che vi seguono (che spiegano come fare qualcosa: il boom delle ricette in cucina è un esempio) e quelli divertenti.

CONDIVISIONI: i video che funzionano di più sono quelli che hanno maggiori condivisioni, non quelli con molti like. E cosa amano condividere le persone? I valori da cui si sentono rappresentati o contro cui vogliono esprimersi, insieme alle emozioni che sentono come anche proprie. 

Tre motivi per buttarsi sui video live (anche se sei una piccola azienda)

Se ultimamente avete sentito che i video live sono il futuro dei social media, non avete sentito male. Li avete visti sulle vostre bacheche e sulle vostre timeline. Lo sospettavate, certo. Ora è arrivata la conferma. Se i video live stanno andando così forte, allora, si possono trarre un paio di conclusioni. La prima: live video content is the king, comunque e per chiunque. La seconda, che ci tocca un po’ più da vicino, riguarda i piccoli business. Che possono essere aiutati a crescere e a raggiungere pubblici molto, molto ampi. Sì, d’accordo, ma come si può fare? Social Media Examiner suggerisce 3 strategie. Vediamo quali:

  1. Fai vedere come è fatto il tuo prodotto
    Periscope, Facebook Live a breve anche YouTube (che qualche giorno fa ha annunciato la creazione del proprio live streaming da mobile): sono tutti strumenti di video in diretta che servono per avvicinare il potenziale cliente al brand. È l’umanizzazione dell’azienda, un processo empatico che porta follower, fan e potenziali acquisti.
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  2. Quando lanci un prodotto associalo a un contest
    Ovvero, detto in altre parole: se fai questo, ti regaliamo questo. Doritos è andato alla grande su Twitter, ma si può fare con delle situazioni di e-commerce o unboxing. Tutto live, naturalmente. Tutto in streaming. Perché se sei lì con l’azienda, sei parte di loro.
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  3. Porta in giro i tuoi clienti.
    Se hai uno studio, un laboratorio, un co-working. Se la tua azienda ha, insomma, un luogo fisico, fallo vedere. Perché è nella naturalezza della quotidianità che si scopre l’aspetto più umano di un business. Creando affezione. E predisponendo all’azione.

Digitale, crowdfunding da record, qualità: tutto il successo de El Español

Raccolti più di 3 milioni di Euro in pochi mesi, i Ramírez (padre e figlia) puntano a rivoluzionare il giornalismo online spagnolo. E per ora i numeri danno loro ragione

Indipendente, solo digitale, finanziato con un crowdfunding da record. In Spagna El Español è uno di quegli esperimenti coraggiosi che sta avendo ragione. Lanciato a ottobre, conta già 20,000 abbonati e 4 milioni di lettori al mese. Numeri che hanno attratto le principali aziende del paese. «Abbiamo sempre detto che saremmo stati indipendenti puntando alla qualità», ha dichiarato María Ramírez, co-fondatrice de El Español.

Ramírez è un cognome non nuovo nel mondo dei media. Il padre Pedro è stato un enfant prodige del giornalismo spagnolo. A 28 anni, il più giovane direttore del paese con Diario, nel 1989 fondatore de El Mundo, direttore fino 2014. Oggi, una nuova avventura con un seguito davvero interessante. E navigando El Español si capisce il perché.

C’è molta sperimentazione – come per i video a 360 -, una ricca sezione dedicata ai long-form e al data-journalism. Inoltre, al contrario di altri colossi, nessun messaggio più o meno minatorio appare sullo schermo se si utilizzano ad-blockers.

El Español è soprattutto la sua community, capace di apprezzare tutti i contenuti di qualità proposti: pezzi di oltre 5.000 parole, Live Video, Reportage. Su ogni piattaforma, App compresa. Già, la distribuzione: uno dei punti principali sui cui la redazione de El Español si basa.

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«Per aumentare il traffico rapidamente si corre il rischio di fare cose che abbonati e inserzionisti non apprezzano», dice María. Il riferimento, non troppo velato, è ai tutorial, ai pezzi di gossip, al clickbaiting. Dietro a El Español c’è anche la forza di chi vuole credere in questo progetto editoriale. Le persone. Che decidono di investire con e per questo tipo di informazione. Pedro J. Ramírez è riuscito a raccogliere 3.1 milioni di Euro in pochi mesi con la più grande campagna crowdfunding nel giornalismo. Più di 5.000 persone hanno donato tra i 100 e i 10.000 Euro e altri sei investitori hanno messo insieme 5.5 milioni. Un progetto senza precedenti destinato – secondo le parole di Ramírez – «a cambiare il giornalismo digitale spagnolo ed europeo». I numeri, per ora, danno loro ragione.

Per approfondire: Digiday, Journalism.co.uk, CJR, Politico

Video Facts: dove va il mercato dei video online?

I video sono destinati a diventare non solo grossa parte della nostra esperienza online ma, secondo molti, un vero e proprio braccio armato dell’intero internet.

Nel 2018, si prevede che oltre l’80% del totale del traffico online sarà rappresentato dalla visione di video. Secondo la ricerca di Syndacast, gli utenti condivideranno ogni secondo un milione di minuti di video sui loro canali social e i marketers sostengono che i video rendono di più rispetto a qualsiasi altra forma di contenuto. Inoltre, la parola “video” nell’oggetto di un’e-mail aumenta i tassi di apertura del 19%.

Facebook vs Youtube: c’È un vincitore?  

Ma quale sarà il social predominante per la diffusione dei video online? Tra Facebook e Youtube, chi è destinato a sopravvivere?
Secondo i dati diffusi da Facebook, il social network genera 8 miliardi di views ogni giorno. Un dato che, a prima vista, sembrerebbe concorrere con Youtube, che per molti anni ha detenuto il monopolio esclusivo della visualizzazione dei video sul web.

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Il colosso di Mountain View, però, nonostante un numero sempre più alto di persone guardino e condividano video su Facebook (+75% a livello globale), non ci pensa proprio ad arretrare. Con un miliardo di utenti registrati, si conferma il primo broadcaster de facto negli US dove, chi ha tra i 18-34 e i 18-49 anni, preferisce guardare video su Youtube che su qualsiasi rete via cavo.

Ma allora: qual è il punto? Innanzitutto il modo in cui vengono identificate le views: su Facebook basta “scorrere” su di un video per più di 3 secondi per farne una, su Youtube – invece- bisogna premere consapevolmente il tasto play.

I due social, quindi, rimangono ancora ben distanti l’uno dall’altro e probabilmente non ci sarà un vincitore. La scelta tra i due, infatti, dipende dagli obiettivi che ci si prefigge per la propria campagna di video online, e più in generale per la propria strategia di comunicazione. Come scrive Pier Luca Santoro su Datamedia Hub, Facebook dà ottimi risultati nel breve periodo ma dimentica in fretta, Youtube è un diesel, adatto a chi ha obiettivi di medio e lungo periodo.

E Snapchat?

I due litiganti farebbero bene a guardarsi le spalle. Perché anche il fantasmino giallo di Snapchat è entrato nel mercato dei video online. E lo ha fatto con numeri da capogiro: 10 miliardi di video visti ogni giorno.

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Senza filtro, o quasi, immediatezza e volatilità. Sono queste le parole chiave di Snapchat, il social preferito dei teen. Sbaglia, però, chi pensa che il target stia solo lì, tra i 16 e i 24 anni. Tanto che anche gli highlights delle prossime olimpiadi di Rio saranno trasmesse, se così si può dire, anche su Snapchat, in tempo reale e in esclusiva.  

Non solo: come dice il poliedrico Gary Vaynerchuk, “Snapchat is the reality TV for everyone”. E una TV-realtà, che poi ricorda molto la parola reality show, chissà quali scenari inaugurerà.

Chi sopravvive?

Dalla comunicazione al giornalismo, al marketing. Quali sono gli indicatori che possono farci capire come sopravvivere al mondo dei video online?

Senza avere la sfera magica, alcuni aspetti possono dirci già oggi a cosa bisogna stare attenti:

  • il SEO, specialmente per Youtube. Lì valgono le stesse regole che su google e, ovviamente, se nessuno ti trova nessuno guarderà il tuo video
  • Be Visual, ovvero: le immagini sono fondamentali. Ovvio no? Però per i video online non basta fare delle belle inquadrature. Occorre seguire alcune regole: in primis, i video devono essere adattabili e flessibili per essere visti sul mobile. Quindi: via le panoramiche e gli zoom infiniti che piacevano tanto alla vecchia tv. Sì ai primi piani e alle immagini grandi.
  • Inserire tanti dati non serve: i caratteri devono essere essenziali e leggibili
  • su Facebook, bisogna fare attenzione alle anteprime che si usano e ai primi 5 secondi di video: sono questi che faranno decidere all’utente se fermarsi a vedere il video oppure no

Giornalismo sportivo, uffici stampa, aziende

Un’analisi che è partita proprio dai Social Media, dalla loro penetrazione in Italia e dai comportamenti degli utenti. Come ci si comporta quando si trova davanti all’argomento sport?

C’è, poi, il fenomeno Snapchat che con oltre 250k utenti in Italia e con una permanenza media di oltre 150 secondi è il social in ascesa, anche nel mondo dello sport.

Infine, alcune risorse del mestiere. E se dopo aver scaricato il Keynote, c’è una qualsiasi domanda, non siate timidi: scrivete pure a goffredo@puntozerohub.com

Che cos’è il Constructive Journalism e perché ne abbiamo bisogno

[Non poteva mancare un test di AMP anche per .puntozero, no? È tutta colpa del F8 di Facebook e del nuovo plugin di WordPress]

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Se n’è discusso a Perugia e siamo partiti da una prima pagina a caso di un quotidiano nazionale. Che cosa c’è in questi giorni? Ovviamente i #PanamaPapers (di cui abbiamo già parlato), le dimissioni del ministro Guidi, la questione migranti. Sono tutte “hard news” che rispecchiano sempre lo stesso schema: che cosa è andato male e che problemi ne derivano.

Questa è, in sintesi, la tesi di 4 giornalisti: Charlie Beckett, direttore Polis, Cathrine Gyldensted dell’Università di Windesheim, Craig Silverman direttore Buzzfeed Canada e Karel Smouter vicedirettore De Correspondent.

Nel panel Cos’è il constructive journalism e perché ne abbiamo bisogno si è cercato di trovare un’altra definizione di giornalismo. Di come il giornalismo costruttivo cerchi – di fatto – di creare narrazioni positive e un dibattito salutare e soprattutto utile.

«Il constructive journalism è come un elefante rosa. Non è essere acritici, è concentrarsi su temi. Deve aggiungere soluzioni alle news, deve saper dare una prospettiva diversa. È critico, ma non è cinico, pone questioni, cerca di dare un ampio contesto», ha detto Cathrine Gyldensted.

Si sono fatti, poi, diversi esempi. E se ci si aspettava che questo tipo di approccio fosse riservato solo a chi non fa parte del mainstream, si trova spiazzato nel vedere che il New York Times, l’Economist, il Guardian hanno creato i presupposti per questa prospettiva diversa. 

Nello specifico, Look at Brazil del NYT è uno dei primi esempi di constructive journalism (del 2001). Recentemente l’Economist (How to manage the Migrant Crisis) ha provato da un lato a raccontare la crisi dei migranti, dall’altro ha cercato di proporre delle soluzioni alla questione. 

Ancora: il Guardian in un video ha provato a spiegare il cambiamento climatico in Cina. Un altro esempio riguarda anche la politica: CBS 60 MInutes John Kerry Syria, una domanda che – di fatto – ha creato i presupposti per un’apertura degli USA nella politica internazionale con la Russia nella questione siriana.

Ultimo interessante esempio, The Corrispondent, hub di freelance che prova a concentrarsi sul contesto, l’analisi, il giornalismo investigativo.