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Imparare a navigare nella complessità. Intervista a Verena Caetano da Silveira

Come si convive con il cambiamento? In che modo si può sfruttare la complessità come elemento per crescere? Che cosa ha a che fare tutto questo con la creatività? Ne abbiamo parlato con Verena Caetano da Silveira, architetto delle organizzazioni  

Predire il futuro è impossibile, ma si può lavorare oggi, con se stessi e con gli altri, per costruire l’orizzonte che si desidera tra 10 anni. Ci vuole consapevolezza, organizzazione, mente aperta e capacità di convivere con il cambiamento.  

Verena, tu sei un architetto delle organizzazioni. Sul tuo profilo Linkedin si legge questa frase, che è sicuramente d’ispirazione: «Anticipating organizational design to enable desirable futures». Il tuo lavoro consiste nel disegnare le soluzioni organizzative più adatte per aiutare le aziende e le istituzioni a sviluppare al meglio il proprio futuro. È corretto?

Predire il futuro è impossibile ma ci si può preparare ad un futuro che si desidera accada, invece di subire i cambiamenti incerti dettati dai mercati o dalle nuove tecnologie. Occorre strutturarsi per diventare adattabili ad un ambiente complesso e dinamico, grazie ad un approccio di interesse verso il domani e di attenzione ai segnali che già si stanno riscontrando nel presente.

Il mio lavoro è aiutare le organizzazioni a definire il futuro che desiderano e strutturarsi per raggiungerlo. Il concetto chiave su cui opero è l’anticipazione (foresight), che ha in sé due aspetti essenziali: l’organizzazione e la gestione. Per quanto riguarda l’organizzazione, è importante separare la ricerca dallo sviluppo, che normalmente vengono implementate e finanziate sotto lo stesso cappello. Se la ricerca è per sua natura centrata sui prodotti, mercati e tecnologie del futuro, lo sviluppo invece è direttamente legato alle attività del presente. È lo sviluppo quindi a garantire il fatturato attuale, e inevitabilmente consuma le risorse della ricerca, che spesso non vede la luce. E quando il futuro arriva, ci si ritrova con prodotti superati, tecnologie obsolete, processi inefficaci e inefficienti e senza più il tempo per reinventarsi. La vera strategia di innovazione dovrebbe saper rispondere alla domanda: cosa si vuole fare tra 10 anni? La strategia per rispondere a questa domanda deve nascere quando si sta bene, non quando si ha l’acqua alla gola, altrimenti non si parla di anticipare, ma si continua a reagire alle singole richieste esterne e puntuali: insomma, a sopravvivere. Quanto al secondo aspetto, la gestione, una volta che l’organizzazione si è liberata dalla pressione del dover innovare a tutti i costi – dato che esistono strutture adatte a questo (la ricerca) – ci si concentra sulla pianificazione e su tutte le metodologie di verifica e allineamento del piano operativo ai trend (che comprendono mercati, prodotti, tecnologie ed i sistemi stessi di gestione e investimenti).

Nel momento in cui si apre una partita iva o un’azienda, il primo scoglio che ciascuno di noi si trova ad affrontare è la gestione della complessità. Un insieme di elementi che sono diversi per ciascuna professione ma che hanno sicuramente dei punti in comune: dall’acquisizione di nuovi clienti al prendersi cura della propria contabilità, dal lavoro in team al modo in cui ci si comunica agli altri. Cosa rappresenta per te la complessità?

Il cambiamento è la costante della nostra vita. Questa è la vera complessità. E non è solo la quantità di variabili – diverse per ciascuna attività produttiva o professione – a definire la complessità. Le variabili cambiano costantemente e la gerarchia di priorità tra di loro è altalenante nel tempo. Bisogna quindi predisporre strumenti per permettere alle organizzazioni di convivere con il cambiamento, farlo proprio, promuovendolo verso la situazione futura che hanno identificato come desiderabile e così navigare con consapevolezza nella complessità. Subito dopo il PhD in progettazione, più di 10 anni fa, mi sono dedicata a ricerche applicate nell’ambito dei sistemi complessi (la prima delle quali in Italia, finanziata dalla Fondazione CRT nell’ambito delle scienze della complessità). La costante che ho potuto individuare è che per anticipare il futuro sono necessari approcci avanzati che vadano oltre i tradizionali modelli di previsione (forecast). Questi metodi cosiddetti di anticipazione (foresight), costruiscono scenari possibili considerando la molteplicità del presente, i segnali deboli, i trend emergenti e i percorsi possibili di evoluzione. Ci vuole un cambiamento totale di mindset: attivando flessibilità, adattamento e transculturalità (più che multidisciplinarità) per diventare abilitanti e affrontare creativamente la complessità.

La complessità può essere uno stimolo per idee e soluzioni creative, oppure quando non è gestita può togliere spazio all’immaginazione e a soluzioni alternative. In che modo la complessità si relaziona con la creatività?

La creatività – che è la parola per descrivere il pensiero produttivo (e niente ha a che fare con la mera “improvvisazione”) – è una capacità innata che tutti possiedono e che può essere sviluppata, come accade per altre capacità, attraverso lo studio e la pratica. Purtroppo pochi di noi, nell’ambito del proprio percorso formativo, hanno avuto l’opportunità di apprendere dei metodi sistematici consolidati per sviluppare il pensiero creativo e spesso ancora si pensa che solo alcune persone abbiano creatività o che essa appartenga solo ad alcune categorie di attività/mestieri ‘creativi’. Il rapporto tra processi di pensiero complessi e problemi complessi (che affrontiamo giornalmente) è ulteriormente rafforzato quando si esaminano dei processi di pensiero specifici. Cohen e Presseiden hanno descritto quattro processi specifici complessi, oggi ampiamente riconosciuti come fondamentali per affrontare le sfide professionali: Problem solving (risolvere una criticità nota), Decision making (scegliere un’alternativa migliore), Critical thinking (comprendere il significato specifico) e Creative thinking (produrre nuovi prodotti tangibili/cose e intangibili/idee e concetti). Per lavorare bene nella complessità, a prescindere del campo di attuazione, bisogna saper usare tutti questi tipi di processi. 

Quali sono i consigli che daresti a chi vuole lanciare un’idea imprenditoriale o vendere i propri servizi? Da dove bisogna cominciare per gestire la complessità che per natura generiamo come esseri umani che si relazionano con altri esseri umani?

Mi piacerebbe, più che consigliare, condividere con voi un consiglio prezioso che ho avuto anni fa, da una grande professionista e studiosa. Le cose fondamentali sono conoscere a fondo se stessi, i propri limiti da superare e i talenti da valorizzare, saper definire molto bene la propria identità professionale. Solo quando abbiamo dominato le regole del gioco (mestiere, mercati, contesti…) si potrà sovvertirle per creare qualcosa di totalmente nuovo e dare il nostro personale contributo, aggiungendo valore. Se a questo aggiungiamo il fatto che la relazione tra le persone è uno degli aspetti che maggiormente generano complessità, credo che il primo passo sia in assoluto coltivare una mente aperta. Così come occorre essere consapevoli nella gestione dei cambiamenti per muoversi nella complessità delle cose, bisogna essere altrettanto consapevoli dell’impatto che le nostre relazioni hanno nella complessità delle persone. Ascoltate e accogliere le narrazioni e le storie dell’altro cercando di integrarle alle nostre storie e narrazioni, a mio avviso e dalla mia esperienza in differenti continenti/culture e settori produttivi/discipline, è il miglior punto di partenza – e di arrivo. 

BIO
From Italy. Made in Brazil. Dagli anni ’90 lavoro nell’architettura di sistemi organizzativi, in America e in Europa – negli ambiti edile, accademico, infrastrutturale e logistico per aeronautica, spazio e difesa. Dopo la laurea in Architettura ed il Master in Ingegneria di Produzione, divento Professoressa universitaria e Ricercatrice nel 2001 ed inizio a condurre ricerche applicate sull’architettura organizzativa in Brasile ed in Spagna. La mia passione è creare quei ponti tra teoria (accademia) e pratica (aziende e istituzioni) che aiutano i leader (e quelli che a loro aiutano) a disegnare, costruire e trasformare le organizzazioni che creano valore agli stakeholders, compresi investitori, clienti, lavoratori, fornitori, partner, società e ambiente. Nel 2007, già in Italia, ottengo il PhD in Architettura e Progettazione ed inizio a condurre ricerche applicate nell’ambito dei sistemi complessi. In questo periodo raggiungo l’obiettivo di portare in Italia l’Istituto di ricerca indipendente Antis (Research for the future), collaborando diretta e indirettamente con aziende e istituzioni pubbliche e private nell’architettura di sistemi organizzativi, miglioramento continuo e design strategy per un futuro desiderabile. Attualmente, mentre guido Antis Institute, sono anche leader di Rete al Femminile Torino perché credo che la tipologia di organizzazione del futuro è proprio questa, basata sulla condivisione di principi e il desiderio di un futuro migliore da costruire per tutti tramite la relazione fra le persone. 

Immagine ©Silvia Paganino Fotografa

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